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svendesi privatizzazioniRoma, 27 feb – Quasi 170 miliardi incassati nell’arco di 25 anni. Un quarto di secolo decisamente redditizio per il bilancio dello Stato, che con il vastissimo programma di privatizzazioni avviato nel 1992 non ha mai lesinato sulle (s)vendite delle partecipate pubbliche pur di incassare continuamente risorse fresche.



Dal 1992 in avanti, fra accelerazioni e rallentamenti, dalle privatizzazioni del comparto industriale Statale il ministero e altri soggetti hanno così incamerato – stando alla relazione del Mef al parlamento – qualcosa come 168,5 miliardi di euro, vale a dire 6,74 miliardi l’anno. Il picco si è raggiunto nel 1997, quando la cessione di pacchetti rilevanti di Telecom ed Eni permisero di incassare 19 miliardi, seguiti dai 18,3 di due anni dopo. Con un’ulteriore quota di Eni e, soprattutto, con Poste Italiane passate a Cassa Depositi e Prestiti, segue sul terzo gradino del podio il 2003 con 16,6 miliardi di guadagni netti. Negli ultimi cinque anni i proventi sono stati, fra cessioni di quote di minoranza in varie società ed alcuni scambi con Cdp, pari a 20 miliardi.

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Dove sono finite queste somme? Insieme anche ai proventi dei Tremonti prima e Monti bond poi, all’interno del fondo ammortamento titoli di Stato. La scelta di procedere alle privatizzazioni, d’altronde, era dettata proprio dall’esigenza di ‘aggredire’ il debito pubblico, che proprio nel 1992 aveva superato per la prima volta dal dopoguerra la soglia psicologica del 100% sul Pil. A parte il periodo compreso fra 2000 e 2008, sostenuto peraltro da una crescita quasi sostenuta (almeno rispetto agli standard attuali), tuttavia, in tutti i 25 anni non una serie storica evidenzia una riduzione del debito pubblico. Semmai il contrario: perché la ‘finestra’ nella quale il rapporto debito/Pil cala, cioè quel periodo che va dal 2000 al 2008, corrisponde grossomodo alla reggenza di Giulio Tremonti da ministro dell’Economia, quando cioé le privatizzazioni subirono una brusca frenata. In altre parole: meno si privatizzava, meno il debito cresceva e viceversa, più si accelerava e più i conti pubblici sforavano. Fino ad oggi, con la ripresa del dossier – Poste Italiane, Fincantieri, Enav e Ferrovie in rampa di lancio – mentre il debito pubblico continua la sua corsa fino a superare, oggi, il 135% del Pil.

Filippo Burla

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