Roma, 8 set – Una delle conseguenze più nefaste del dominio della finanza a livello globale è certamente l’esternalizzazione delle produzioni su scala globale. Intorno agli anni ’50 e ’60 un’impresa solitamente riusciva a produrre al proprio interno quasi tutte le componenti che andavano a costruire il prodotto finito (pensiamo ad esempio alla industria Olivetti). Al contrario oltre l’80% di un’auto della Fiat viene fabbricata da centinaia di fornitori esterni. Una delle più grandi aziende americane, la Dell, produce tutto attraverso l’esternalizzazione e il suo compito consiste sostanzialmente nel coordinare l’attività dei numerosissimi produttori sia piccoli che grandi che sono collocati in tutto il mondo.

Esternalizzazione e disuguaglianze

Questa nuova forma di produzione determina effetti esclusivamente negativi sul fronte occupazionale. Un’altra conseguenza nefasta  è determinata dall’estrema facilità con la quale un’impresa può liquidare in tempi brevissimi un suo fornitore o sub-ornitore. Insomma l’esternalizzazione costituisce un vantaggio solo per l’impresa e i suoi azionisti ma non presenta alcun vantaggio per i lavoratori.


Un’altra conseguenza di questo continuo riposizionamento produttivo a livello globale è l’altissimo l’incremento della disuguaglianza economica e quindi sociale. Se nel 1980 gli Stati Uniti possedevano una ricchezza pari a circa 80 volte quella di un paese povero oggi la disparità è salita di 400 volte. Solo nel 2009 i 1000 individui più ricchi del mondo avevano un patrimonio stimato di poco inferiore al doppio del patrimonio totale dei 2 miliardi di individui più poveri secondo i dati di Rothkopf.

L’Italia, contrariamente a quanto si possa immaginare ,è uno dei paesi europei che presenta l’indice di disuguaglianza economica più consistente: facendo riferimento ai dati del 2008 /2009 il decimo delle persone più ricche in Italia deteneva il 44% della ricchezza totale mente i cinque decimi degli italiani più poveri possedevano soltanto il 10% della stessa.

Un problema politico

Una delle conseguenze più evidenti di questa disuguaglianza economica la si può individuare negli stipendi dei manager che negli anni ottanta arrivavano  a raggiungere 40 volte il salario medio di un dipendente pubblico mentre nel 2009 tale proporzione è schizzata a 400. Insomma, la capacità di accumulare capitale e di concentrarlo nelle mani di un numero sempre più ristretto di oligarchie e di manager, costituisce ormai il vero pericolo per tutte le democrazie europee – e non – perché questo potere consente di orientare e trasformare la società indipendentemente dei meccanismi della democrazia.

Roberto Favazzo 

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