Roma, 29 ago – In tempo di elezioni, non c’è cambio di governo che tenga. Se all’epoca era Renzi ad aver salvato la baracca del Pd portandolo al 40% alle europee, complice il varo di un bonus Irpef curiosamente a ridotto dell’apertura delle urne, a questo giro non si smentisce il suo successo Paolo Gentiloni, che a pochi mesi dalle elezioni di fine legislatura mette l’acceleratore e in un pomeriggio di fine estate licenzia ufficialmente da Palazzo Chigi il Rei, il reddito di inclusione.

La misura, a lungo promessa, costerà alle casse dello stato due miliardi l’anno. Una somma non indifferente e necessaria a coprire l’assegno – variabile da un minimo di 190 ad un massimo di 490 euro – che verrà erogato direttamente alle famiglie, con priorità per i nuclei con figli minorenni o disabili, in presenza di donne in gravidanza e per quelli con disoccupati oltre i 50 anni. Il reddito di inclusione potrà essere corrisposto per un massimo di 18 mesi, con successivi 6 mesi di stop prima di poter richiedere la prestazione per un ulteriore anno.

“Il Rei potrà essere richiesto a partire dal 1° dicembre e si fonda sul principio dell’inclusione attiva, ovvero sull’affiancamento al sussidio economico di misure di accompagnamento capaci di promuovere il reinserimento nella società e nel mondo del lavoro di coloro che ne sono esclusi”, ha spiegato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, specificando che “non si tratta di una misura assistenzialistica, un beneficio economico passivo, in quanto al nucleo familiare beneficiario è richiesto un impegno ad attivarsi, sulla base di un progetto personalizzato condiviso con i servizi territoriali, che accompagni il nucleo verso l’autonomia”. Se il canovaccio è lo stesso (il concetto è pressoché identico) delle politiche attive del lavoro, bocciate sonoramente dalle ultime rilevazioni, è lecito pensare di non poter dormire sonni tranquilli.

Al netto dell’evidente, nonostante le rassicurazioni dell’ex presidente Legacoop, natura assistenzialista del reddito di inclusione – la ricchezza si genera creando lavoro: i due miliardi messi sul piatto equivalgono ad un taglio stabile di oltre un punto del cuneo fiscale – c’è una seconda questione aperta. Vale a dire: a chi finiranno gli aiuti? Qui entrano in gioco altre due variabili. Anzitutto il requisito economico: potranno accedere alla prestazione i nuclei famigliari con valore Isee non superiore a 6mila euro e patrimonio mobiliare (dai conti correnti ai depositi titoli) che non può superare i 10mila euro. In secondo luogo le generalità anagrafiche dei richiedenti: oltre ai cittadini italiani sono ammessi gli stranieri purché titolari di permesso di soggiorno, insieme a coloro cui è garantita la protezione internazionale. Mettere insieme questo ultime due circostanze è facile: i miliardi stanziati finiranno in buona parte ad immigrati nullatenenti (o sedicenti tali, viste ad esempio le complicità dei Caf sindacali che omettono i controlli sulle proprietà nei paesi d’origine) mentre un italiano, magari titolare della misera pensione minima e con un appartamento acquistato dopo decenni di sacrifici, ne verrà escluso.

Filippo Burla

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