Berna, 10 giu – Oggi i cittadini della Confederazione Elvetica sono chiamati ad esprimersi in un referendum senza precedenti storici, su una tematica apparentemente molto complessa riguardante la natura stessa della moneta.

Si tratta in pratica di applicare, se il referendum dovesse avere esito positivo, il piano di Chicago elaborato nel 1933 da Irving Fisher per prevenire una nuova implosione del mercato come quella del 1929, che a quell’epoca era bel lungi dall’essere risolta. Fisher partiva da una considerazione invero abbastanza semplice: le banche creano moneta per mezzo del credito, e quindi ogni incremento di liquidità nell’economia reale corrisponde ad un aumento del debito di Stati, imprese e famiglie. Questo è potenzialmente esplosivo per l’economia reale, perché condanna il capitalismo a quei cicli di euforia e depressione che lo caratterizzano fin dalla sua nascita, dato che ad un certo punto le banche saranno costrette a ridurre l’erogazione di nuovi prestiti per l’accumulo di sofferenze su quelli precedenti, generando un credit crunch che manderà quasi sicuramente l’economia in recessione per una sorta di “rarefazione monetaria”, come se il sangue (moneta) venisse risucchiato da un organismo vivente. L’idea di Fisher, in tempi più recenti riproposta persino da due economisti del Fmi, oltre che in forma leggermente diversa dal premio Nobel Maurice Allais, è quella di attribuire l’intera creazione monetaria alla sola Banca Centrale, secondo parametri che tengano conto della crescita, dell’occupazione e dell’inflazione attesa, che poi la verserebbe sul conto corrente di Tesoreria dello Stato, lasciano al Parlamento la decisione su come utilizzarla nel momento in cui viene approvato il bilancio pubblico, come una qualsiasi altra voce contabile.

Una moneta emessa senza debito, ed iniettata direttamente nell’economia reale attraverso la spesa pubblica sembra essere la panacea di tutti i mali, ed in effetti presenta dei notevoli vantaggi rispetto all’attuale anarchia finanziaria, ma evidentemente anche dei limiti non di pochissimo conto.

In questo modo le banche si trasformerebbero in semplici intermediari finanziari, che offrirebbero due tipi diversi di servizi: o la semplice funzione di deposito, o quella di investimento. E qui iniziano le prime rogne. Se infatti i depositi sono indisponibili per la banca, è ovvio che essa deve far pagare il servizio al cliente stesso. Questo i promotori del referendum dimenticano di dirlo agli elettori – ma nel modello di Allais è viceversa esplicito – al punto che addirittura le banche di deposito sono addirittura degli istituti a parte. Non riusciamo quindi a capire perché un risparmiatore comune dovrebbe pagare per quello che non ha mai considerato come un servizio. A questo punto, molto meglio sarebbe ritirare tutto sotto forma di contanti e tenerli “sotto il materasso”, ma non sembra essere molto lungimirante come idea, oltre a presentare anche dei notevoli problemi persino di ordine pubblico. Oppure il risparmiatore potrebbe prestarli alla banca, che a sua volta li presterebbe ad un tasso maggiore a qualcun altro, e quindi diverrebbe compartecipe del rischio finanziario, il che è ancora peggio.

Pur andando nella giusta direzione, questa riforma presenta dei problemi che devono essere comunque risolti proprio sotto il profilo tecnico, sconta quindi un eccessivo economicismo monetaristico di sapore marginalista che ce la rende sospetta. Infatti le banche potrebbero anche rimanere quelle che già sono adesso, a patto di considerare il credito come un monopolio naturale dello Stato, al pari dell’energia o delle autostrade. Sembra che l’idea di nazionalizzare le banche e tutti i settori strategici come risposta al capitalismo finanziario da rapina non sia passata nemmeno per l’anticamera del cervello ai promotori del referendum, che viceversa puntano sul “libero mercato” e altre parole d’ordine di stampo liberista.

Il referendum in sé resta comunque una buona notizia perchè, pur con tutti i suoi problemi, va sicuramente nella direzione di colpire al cuore gli interessi della mafia finanziaria che ben conosciamo.Ci auguriamo che gli Svizzeri possano essere per la prima volta nella loro insipida storia protagonisti, e magari avanguardia dell’Europa.

Matteo Rovatti

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