filippo_corridoniRoma, 10 giu – Banche, industria, politica, finanza. Tra i molti colpevoli dell’odierna crisi economica e sociale, spesso ne viene dimenticato uno: il sindacato. Le associazioni dei lavoratori italiane, infatti, si distinguono quali attori drammaticamente incapaci di comprendere le dinamiche della globalizzazione, della produzione e della disoccupazione. Un’incapacità che si accompagna al sempre più palese disinteresse verso la crescita culturale e professionale dei propri iscritti, trattati alla stregua di membri di un partito politico a cui chiedere il voto e nessuna partecipazione, tranne rare eccezioni. Facile intuire quindi come i grandi sindacati risultino sempre più in difficoltà nell’impostare battaglie mature ed efficaci, in luogo delle solite difese di qualsiasi rendita di posizione. Altrettanto facile capire come si sia arrivati a coniare la definizione di “altra casta” per definire la Triplice. Termine che divenne il titolo di un’inchiesta firmata Stefano Liviadotti, il quale scrisse giustamente: “L’immagine del sindacato come di un soggetto responsabile, capace di farsi carico degli interessi generali del paese, agli occhi degli italiani si è disciolta ormai da tempo. Lasciando il posto a quella di un’arrogante casta iperburocratizzata e autoreferenziale che, sotto la guida di funzionari in carriera solleticati dalla voglia del grande salto nel mondo della politica, ha via via perso il contatto con il mondo reale. Un apparato che, presentandosi come legittimo rappresentante di tutti i lavoratori, in nome di una concertazione degenerata in diritto di veto, pretende di mettere becco in qualunque decisione di valenza generale. E che in realtà fa gli interessi dei soli suoi iscritti, sempre più marginali rispetto al sistema produttivo nazionale, ai quali sacrifica il bene collettivo, mettendosi ostinatamente di traverso a qualunque riforma rischi di intaccarne uno status quo fatto di privilegi“.

Oltre all’essere divenuti bacini elettorali e mere fonti di arricchimento per suoi dirigenti, i sindacati hanno però la colpa ancor più grave di non essere riusciti a sganciarsi da una prospettiva che fosse esclusivamente “di classe”. Ogni lotta, ogni rivendicazione è stata appoggiata purché andasse contro “i padroni”, senza alcuna visione d’insieme, sia a livello di crescita delle singole aziende che sul piano nazionale. I sindacalisti sono stati spesso animati da uno spirito di rivalsa che ha rappresentato la brutta copia della logica del profitto di industriali e imprenditori, rappresentandone l’altra faccia della medaglia. Si è troppo spesso soffiato sul fuoco dell’invidia sociale (vera cifra dell’Italia contemporanea), senza promuovere alcuna prospettiva di partecipazione reale e collaborazione fra le diverse competenze. Fino alla caduta del Muro di Berlino, l’impostazione egoistica e classista produsse diversi risultati sul piano dei diritti dei lavoratori, anche perché lo spettro costituito dal comunismo sovietico (per quanto molto propagandistico e poco “reale”) imponeva alle classi dirigenti una certa attenzione verso le masse lavoratrici e operaie. Con la fine dell’Urss il liberismo ebbe però la strada spianata, nel nostro paese in particolare. Dagli anni novanta è cominciato lo smantellamento del patrimonio industriale pubblico, a colpi di privatizzazioni e delocalizzazioni, con i diritti sociali sempre più sotto assedio. Precarietà è la nuova parola che domina il mondo del lavoro, condizionando in negativo l’esistenza di milioni di persone, incapaci di progettare un futuro. Il tutto è stato aggravato da una crisi non solo economica, ma anche demografica. Il nostro tasso di natalità raggiunge livelli ridicoli da anni, mentre l’immigrazione, che “colma” le nostre deficienze, abbassa allo stesso tempo drasticamente i livelli salariali, oltre a mettere a repentaglio l’esistenza stessa del popolo italiano da qui a cento anni, come rilevano alcuni studi demografici dell’Università La Sapienza.

In questo contesto il sindacato ha recitato il ruolo di comparsa, se non di complice. Troppo avvezzo alla sterile polemica, non ha avuto gli strumenti per controbattere l’assalto tecnocratico e liberista. E’ oggi necessario, per quanto difficile, mutare radicalmente prospettiva. Solamente attraverso la reale partecipazione ai processi produttivi di tutti i lavoratori si potrebbero formulare ipotesi concrete per uscire dalle secche e decidere in maniera intelligente, consapevoli che a volte si può rinunciare a qualcosa in nome di un interesse collettivo. E’ l’unica via per mettere in un angolo la speculazione che distrugge l’economia reale. Bisogna mettere al primo posto la competenza, la partecipazione organica e non fuggire dalla responsabilità, come avviene quotidianamente per i sindacati che rinunciano al riconoscimento pubblico (art. 39 della Costituzione) pur di non avere controlli nella propria ambigua struttura interna. Tra le due guerre, l’Italia seppe proporre un modello originale e rivoluzionario, che conserva ancora tratti d’attualità.

Tra i tanti spunti sul tema, basta andare a rileggere quello che scrisse un giurista di alto livello come Carlo Costamagna: “il sindacato è l’elemento che domina l’ambiente della civiltà industriale. Ad esso la dottrina ufficiale della democrazia parlamentare non ha saputo offrire altro che la pratica della cosiddette “relazioni di fatto”, pur di tenerlo fuori da ogni legale riconoscimento, fuori del diritto e quindi fuori dallo Stato. “(…) Il sindacato è effettivamente, in quanto associazione, la manifestazione di un istinto di solidarietà e di un bisogno naturale di organizzazione che l’ideologia individualistica ha deliberatamente sacrificati. (…) Il fascismo ha il merito di fronte a tutta la civiltà moderna di avere per primo, sacrificando per quanto necessario la tradizione individualista, affrontato l’esperimento necessario a stabilire lo Stato, ente politico, anche in una piena funzione sociale, restaurandolo in quanto ordinamento giuridico integrale e in quanto piena sovranità nella sfera degli interessi economici e degli interessi del lavoro. L’esperimento si compie appunto mediante la trasformazione del sindacato in un organo della struttura stessa dello Stato, vale a dire l’elemento di una istituzione, nel medesimo tempo sociale e politica, per cui il cittadino attua la sua intima, permanente e completa collaborazione con lo Stato, il quale a sua volta fa propri gli obiettivi della difesa e dello svolgimento degli interessi professionali che l’ideologia individualistica abbandonava e abbandona ai due opposti eccessi della sfrenata concorrenza individuale o dell’oppressione monopolistica dei cosiddetti sindacati liberi”. Si intuisce facilmente come un cambiamento in questa direzione sarebbe impossibile senza il ritorno di un ruolo incisivo dello Stato, che oggi riveste una funzione marginale intervenendo solo nei momenti di crisi o con ammortizzatori sociali e altre “pezze” inutili sul lungo periodo. Uno Stato protagonista dello scenario economico per risvegliare il tessuto sociale, programmare e armonizzare i diversi interessi nel campo nazionale. Uno Stato all’interno del quale il sindacato, con una rinnovata mentalità, potrebbe fornire alcune delle migliori competenze in nome di una sana selezione della classe dirigente del paese.

Francesco Carlesi

Vuoi rimanere aggiornato su tutte le novità del Primato Nazionale?
Iscriviti alla nostra newsletter.

Anche noi odiamo lo spam. Ti potrai disiscrivere in qualsiasi momento.

Commenti

commenti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here