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Roma, 26 nov – Il recente sciopero che ha colpito il centro logistico italiano di Amazon, il colosso dell’e-commerce, ha scatenato una serie di reazioni al limite del demenziale contro i suoi schiavi sottopagati, rei di aver messo in forse la consegna di qualche fondamentale carabattola prodotta da altri schiavi in Cina, India o Pakistan. Fra le tante segnaliamo l’ineffabile Stefano Parisi, il quale arriva a sostenere che, orrore, gli scioperi allontanano gli investimenti diretti esteri. Se così fosse allora ci sarebbe da farne uno al giorno tutti i giorni lavorativi, ma il punto non è questo. Il punto è che si è oramai diffusa una mentalità da servi della gleba di cui Parisi rappresenta solo la punta dell’iceberg, che vede nel lavoro una sorta di privilegio, da difendere con le unghie e con i denti.

Nella fattispecie, si parlava di una manciata di sfruttati contro Amazon, una società che fattura 130 e passa miliardi ogni anno e che paga le tasse in Lussemburgo. La logica elementare vorrebbe che i poveracci che hanno osato ribellarsi alle pratiche ottocentesche di sfruttamento del lavoro di questo mostro turbo-capitalista avessero almeno la solidarietà del proletariato postmoderno dei precari.

Parliamo di una azienda che ha addirittura resuscitato, nell’indifferenza generale, pratiche aberranti come il truck system, ovvero l’erogazione di una parte del salario attraverso beni di prima necessità, in questo caso travestito da “welfare aziendale”. Una pratica che scatenò sanguinosissimi scioperi negli Usa, e talmente deviata da essere addirittura vietata secoli fa addirittura dagli statuti corporativi italiani.

Invece, la solidarietà delle greggi è andata, ovviamente, ad Amazon, la mega-ditta di fantozziana memoria. I “consumatori”, rincoglioniti dalla comodità di comprare qualunque cosa gli venga in mente seduti in pantofole a casa, ed a prezzi decisamente competitivi, hanno dimenticato il fatto che prima di essere consumatori bisogna essere lavoratori, indi avere un lavoro il più possibile stabile che garantisca un reddito spendibile sul “mercato”.

La globalizzazione, ovvero il tentativo di abbattere i costi con ogni mezzo per poter tirare sul prezzo, ha questo effetto degenerato, vale a dire quello di far perdere alle masse quel potere d’acquisto che promette loro di far guadagnare, perché il primo costo da tagliare è ovviamente quello del lavoro.

A questo aggiungiamo i devastanti effetti dei 13 trimestri di recessione che ci ha regalato Monti, che hanno portato la disoccupazione reale al 30% facendo dell’Italia un paese sempre più proletario. Avevamo già parlato dei danni incredibili della proletarizzazione, e ne vediamo gli effetti anche psicologici, che spesso vengono trascurati a livello accademico. Il lavoro è diventato un lusso, da elemosinare con il cappello in mano e di cui ringraziare il “siur padrun da li beli braghi bianchi”, quindi è inconcepibile che esista ancora qualcuno che tenta di difendersi dallo strapotere del capitale.

Oltre ad aver assunto come nostre tradizioni americane demenziali come il Black Friday o Halloween, stiamo iniziando ad assumere anche la mentalità tipica dell’ipocrisia puritana: se non ce la fai è colpa tua. Se non hai un lavoro decente è colpa tua. Se avevi un lavoro e l’hai perso è colpa tua. Se non arrivi alla fine del mese è colpa tua. Se non ti puoi permettere di avere dei figli è colpa tua. Smettila dunque di lamentarti delle condizioni di vita all’interno della tua azienda e ringrazia il cielo di cuore di avere questa possibilità.

Il fenotipo economico a cui tendere è l’usciere, il viscido e servile ometto che si inchina non appena passa il padrone, sentendosi addirittura gratificato se il medesimo risponde altezzosamente al saluto con un cenno della mano o del capo. Il peggior nemico dello schiavo è lo schiavo medesimo quando sente di meritare la schiavitù, o peggio ancora quando aspetta che sia qualcun altro a liberarlo.

Matteo Rovatti

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