Milano, 20 feb –  Continua in tutta Italia la protesta dei dipendenti di Sirti. L’azienda, leader nel settore delle infrastrutture per telecomunicazioni e information technology, ha dichiarato 833 esuberi, tra operai e impiegati, in pratica il 23% del personale. Un lavoratore su quattro dunque è pregato di farsi da parte. La risposta dei sindacati non si è fatta attendere. In questi giorni si registrano scioperi e assemblee da Milano a Catania. Il gruppo, infatti, è presente su tutto il territorio nazionale e si occupa principalmente della gestione, realizzazione e manutenzione delle reti di telefonia fissa e mobile.

Competenze in fumo?

È una storia lunga quella di Sirti che partendo da Milano nel 1921 “unì l’Italia” con la rete in rame dell’allora Sip. Nel 1965 entra a far parte del gruppo Iri-Stet, nel 1997 viene assorbita da Telecom per poi esser ceduta nel 2000 a Wiretel. Si tratta, dunque, di una realtà industriale che possiede tutte le competenze per gestire le innovazioni nel campo delle comunicazioni. Perché, dunque, oggi il gruppo naviga in cattive acque? La risposta non è semplice. Iniziamo col dire che gli ultimi avvicendamenti societari sono alquanto discutibili. L’azienda è controllata al 100% da Pillarstone dal 2016, il cui principale finanziatore è il fondo Usa Kkr, specializzato nella ristrutturazione di società in difficoltà. Nel momento dell’acquisizione gli americani promisero nuove risorse finanziarie per rilanciare l’azienda. Oggi, solo due anni dopo, i nuovi padroni ci dicono che a causa della contrazione del giro d’affari sono stati costretti a compiere questa “inevitabile” e “difficile” scelta.

I vertici spiegano che quella avviata è una «fase di negoziazione finalizzata all’implementazione di un nuovo assetto organizzativo della propria business-unit Telco Infrastructures, per allineare il business alle attuali condizioni di mercato e salvaguardare la competitività a lungo termine del Gruppo”. Detto in parole povere: licenziamo per crescere. Ecco un altro esempio di come le ragioni della finanza siano difficilmente compatibile con quelle dell’economia reale. Da segnalare, inoltre, l’ingombrante presenza di competitor stranieri come la cinese Zte che ha strappato a Sirti le commesse per Wind3.

Liberalizzazioni e silenzi politici

Non sono solo queste, però, le cause del declino dell’azienda milanese. A sferrare un colpo decisivo alla leadership di Sirti è stata anche l’Agcom. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, con la scusa della lotta ai monopoli ha imposto la liberalizzazione anche di questo segmento della filiera consentendo agli operatori tlc di servirsi di altri sub-fornitori in caso di guasto tecnico. Dopo questa decisione i big della telefonia hanno iniziato ad appaltare a tagliare i costi utilizzando in maniera selvaggia appalti e subappalti. Nel silenzio della politica è scattata una guerra tra poveri che indebolirà i lavoratori più tutelati senza dare nessun beneficio ai precari. Inutile dire che in questa giungla ne risentirà fortemente anche la qualità dei servizi offerti.

Per questo, difendere le ragioni dei dipendenti del gruppo milanese non è solo una questione di equità sociale. Nel momento in cui il governo si prepara ad investire per la creazione della banda ultra-larga, non possiamo fare a meno delle competenze di un’eccellenza nazionale nel campo delle telecomunicazioni.

Salvatore Recupero

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