Roma, 3 ago – Niente da fare. Come da prassi degli ultimi anni, la revisione (sempre al ribasso) delle stime di crescita anche a questo giro ci tiene compagnia. Trascinando all’ingiù le stime di crescita sul Pil, che a consuntivo non dovrebbe far segnare più di un modesto, praticamente fermo, + 0,1%.

Siamo lontani anni luce dalle ottimische previsioni di meno di un anno fa. In sede di finanziaria, il governo parlava di una crescita che avrebbe potuto raggiungere l’1%. Sono bastati pochi mesi (arriviamo ad aprile 2019) per ridimensionarla a +0,2% in sede di approvazione del Def. Più ottimista l’Istat, che poche settimane dopo arrotondava a +0,3%.


Sempre di decimali, di zerovirgola, parliamo. Numeri incapaci di offrire il senso di una crescita che servirebbe decisamente più robusta per recuperare il tempo perduto. E invece, ultime previsioni alla mano, dobbiamo fare i conti con l’ennesima ritirata. Il secondo trimestre 2019 ha infatti restituto un tondo 0%. Stagnazione pura e semplice. Con effetti a cascata sulla performanche che, ai 12 mesi, dovrebbe chiudere come detto con una crescita non superiore al +0,1%. Dieci volte in meno di quanto stimato lo scorso autunno.

La chiamano stagnazione secolare. Vi siamo invischiati dall’ingresso nell’euro. Ma è solo una coincidenza. Ed è sempre una coincidenza che la manovra sedicente “del cambiamento” non abbia invertito di un mezzo decimale qualsiasi la rotta. Non poteva d’altronde essere altrimenti, visto che quella finanziaria ha proseguito sul cammino dell’austerità senza affrontare in alcun modo quelle storture (leggasi compressione della domanda interna, che può essere rianimata solo con politiche di alto deficit) che ci espongono a tutte le intemperie internazionali. Basta così un refolo di crisi – pensiamo alle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina – per far crollare miseramente tutta l’impalcatura. L’Italia infatti non è da sola ma segue a ruota l’intera Unione Europea, che rallenta seguendo a sua volta la frenata della Germania (+0,5%, penultima in classifica) ipotecando in questo modo l’ennesimo anno di una crisi ormai “compagna di viaggio” all’interno dell’eurozona.

Filippo Burla

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