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Roma, 20 mar – A detta di tanti, gli statali sembravano la categoria che aveva tratto maggior beneficio dal governo Renzi-Gentiloni. A nove giorni del voto, infatti, si è completato il quadro dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego. Sembrava un vero e proprio successo: più di tre milioni di statali a partire dai primi mesi del 2018 avrebbero avuto un aumento medio di 85 euro (lordi) al mese. Ovviamente la tempistica era alquanto sospetta: perché arricchire la busta paga a ridosso delle elezioni politiche? La risposta è scontata. Per i dipendenti pubblici non cambiava molto: a caval donato non si guarda in bocca.

In questo caso, però, prima di esultare era necessario leggere bene le clausole di questo rinnovo. Vediamo perché. Leggendo Il Sole 24 Ore, scopriamo che: “Le buste paga di oltre due dei tre milioni di dipendenti pubblici entrano, infatti, in una sorta di altalena che vede aumentare gli stipendi in questi mesi, per poi perdere un pezzo a partire dal primo gennaio prossimo”.  Nella storia della contrattazione appare per la prima volta “l’aumento con l’elastico”. Diciamo che sarebbe più opportuno parlare di una vera e propria esca. Il governo sperava che questa volta gli ottanta euro servissero a frenare la valanga che stava per travolgere il Pd. Il risultato però non è stato quello sperato.
Tornando all’elastico, per capire meglio quanto è avvenuto, è necessario introdurre il concetto di “elemento perequativo”. Si tratta di un’integrazione temporanea per sostenere i redditi più bassi. Ed è proprio questo il problema: l’aumento a tempo determinato. Una parte di quegli ottanta euro dovrà essere confermata di anno in anno. Ovviamente questo meccanismo non riguarda tutte le categorie. Infatti, gli interessati al momento sono i dipendenti di regioni e sanità e gli statali che hanno un livello di anzianità più basso. In tutto un milione di persone che da gennaio 2019 rischiano di perdere circa il 25% di quanto è stato loro offerto quest’anno. Questo strumento, infatti, doveva tutelare gli stipendi più bassi anche se poi si è rivelato un boomerang.
E veniamo ora ai sindacati, chissà come avranno reagito? Tutti si aspetterebbero una levata di scudi dei Confederali Cgil Cisl e Uil, invece niente di tutto questo. Solo l’Unione sindacale di base (Cobas) ha parlato di una “fuori busta” dato che questo aumento non ha valore ai fini “dell’indennità di buonuscita o di anzianità, del trattamento di fine rapporto, dell’indennità sostitutiva del preavviso, né dell’indennità in caso di decesso”. Insomma i Cobas parlano di una vera e propria “trappola”. Non sono dello stesso avviso i confederali. Il segretario nazionale Cgil Fp Salvatore Chiaramonte, difende questo strumento: “In tutte le fasi di trattativa è stata comunicata la scelta di introdurre questo elemento che, tra l’altro, abbiamo l’obiettivo di rendere stabile con il rinnovo dei nuovi contratti”.
Senza entrare nel merito di questa querelle sindacale, è utile capire perché è stato un errore introdurre l’elemento perequativo in maniera temporanea. In primis, uno strumento che serve a tutelare gli stipendi più bassi non può essere ad interim. In secundis, perché questo strumento è venuto alla luce solo dopo le elezioni e grazie ad un articolo di giornale. Gli statali dopo un’attesa di otto anni scoprono che un quarto del loro aumento in busta paga potrebbe vanificarsi già tra nove mesi. In fondo, però, pochi possono stupirsi: il governo del Pd ha chiuso in bellezza rifilando agli italiani l’ennesimo bonus truffa.
Recupero Salvatore



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3 Commenti

  1. E cosa si aspettavano gli statali da uno che a scuola chiamavano “il bomba” per tutte le balle che raccontava?

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