Roma, 2 mar – Con il termine “nazionalismo economico” possiamo definire una serie di pratiche volte a sviluppare e a proteggere l’economia di un singolo Paese all’interno del mercato mondiale, al fine di limitare l’influenza di fattori esterni sul proprio sviluppo.

Si contrappone nettamente alla globalizzazione ultraliberista e alla sua entusiastica apertura al libero mercato, alla competizione globale e alla totale interdipendenza economica.

Cos’è il nazionalismo economico

Pur non essendo una dottrina definita in maniera granitica, le politiche che si rifanno al nazionalismo economico hanno avuto nel tempo alcuni aspetti comuni:

  • limitazione alle importazioni di beni e prodotti stranieri attraverso l’introduzione di dazi al fine di favorire la produzione interna
  • il controllo della propria moneta, esercitando la sovranità monetaria e quindi procedendo a svalutazioni della valuta nazionale allo scopo di favorire le esportazioni
  • l’investimento diretto di capitali da parte dello Stato in settori considerati prioritari e strategici
  • la nazionalizzazione di aziende straniere qualora vi fosse un evidente conflitto di interesse, ad esempio per lo sfruttamento delle risorse naturali
  • politiche migratorie volte a sfavorire l’ingresso sul mercato del lavoro domestico di persone scarsamente specializzate con un effetto ribassista sui salari a danno dei lavoratori locali

Dal mercantilismo ad oggi

Troviamo tracce di queste politiche di nazionalismo economico fin dal sedicesimo secolo con il mercantilismo europeo, la teoria dominante tra le grandi monarchie di quell’epoca era fondata sul principio che la ricchezza di un paese si basava sulla quantità di oro posseduta e quindi era pratica comune imporre dazi pesanti al fine di favorire le esportazioni e controllare le importazioni.

Ma è stato probabilmente l’economista tedesco Friedrich List agli inizi del 1800 a fornire la prima critica organica al liberismo di Adam Smith, sostenendo che obiettivo di ogni nazione fosse quello di sviluppare qualunque opportunità per la propria crescita. List auspicò l’intervento dello Stato nell’economia in ogni settore strategico come l’agricoltura e l’industria, e l’introduzione di dazi per difendere il mercato tedesco dai prodotti a basso costo importati dal Regno Unito.

Nonostante i forti nazionalismi che stavano sorgendo in Europa nei primi anni del 1900 con conseguenti politiche protezionistiche, fu solo con la grande crisi del 1929 che il liberismo fu davvero messo in discussione. L’economia mondiale subì un crollo del 35 % ed il commercio internazionale del 60% nei tre anni successivi al crollo di Wall Street nell’ottobre 1929.

I singoli stati si trovarono quindi costretti a proteggere i propri mercati e le proprie valute dagli uragani finanziari che si stavano scatenando in tutto il mondo. L’intervento dello Stato in economia divenne preponderante in tutto il mondo in maniera organica come nell’Italia Fascista o in Unione Sovietica attraverso il socialismo reale. Ma anche nei paesi in cui non si rinunciava apertamente al libero mercato si arrivò a fare i conti con il suo fallimento. In America, con il famoso New Deal del 1933, Roosevelt impose un massiccio programma di interventi governativi volti a costruire infrastrutture e a creare lavoro, abbandonò la parità aurea del dollaro statunitense e consentì alla banca centrale americana di aumentare la quantità di moneta in circolazione nella speranza di far diminuire i prezzi nel mercato interno e di stimolare le esportazioni.

Nel 1936 l’economista britannico John Maynard Keynes, considerato il padre della moderna macroeconomia, pubblicava la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, un volume che insieme ad altri suoi contributi da origine alla “rivoluzione Keynesiana”.  In aperto contrasto con la teoria neoclassica, Keynes espresse la necessità dell’intervento pubblico in economia, con politiche di bilancio e monetarie che favorissero la piena occupazione.

Dopo la seconda guerra mondiale la tendenza ad abbandonare le politiche liberiste non accennò a diminuire, da un lato i paesi del blocco sovietico e la Cina abbandonarono completamente l’economia di mercato in favore della programmazione economica centralizzata, dall’altro nei paesi occidentali si scelse la via dell’economia mista o del capitalismo controllato, ovvero un sistema in cui l’intervento dello Stato diventava fondamentale per correggere eventuali debolezze strutturali o settori particolarmente delicati.

Questa fase di nazionalismo economico durò fino alla metà degli anni 80 quando una nuova schiera di politici capitanati da Margaret Thatcher in Inghilterra e Ronald Reagan in America, ispirandosi al monetarismo di Milton Friedman, riportarono in auge le teorie liberiste, con l’apertura indiscriminata al mercato. La caduta dell’Unione Sovietica e la fame di capitalismo delle ritrovate nazioni est europee aprirono la strada a quella che oggi chiamiamo “globalizzazione”.

La grande recessione e il ritorno dello Stato

Ma ancora una volta la fede incondizionata nel mercato come entità infallibile che si autoregolamenta, ha presentato il suo conto nel 2009. Scatenata dalla crisi dei mutui americani nel 2007 e dal crollo del sistema bancario l’anno successivo, la grande recessione è stato il prodotto di 30 anni di esperimenti azzardati in tema di liberalizzazioni e deregolamentazioni. E ancora una volta sono stati necessari massicci interventi statali in tutto il mondo a favore del sistema bancario e industriale per fronteggiare l’emergenza economica.

Il resto è storia recente, dal referendum sulla Brexit all’elezione di Trump, che ha fatto di “America First” il suo motto vincente, per arrivare all’affermazione dei movimenti sovranisti in tutta Europa, risulta chiaro che il nazionalismo economico è attualissimo e viene sempre più visto come il metodo più efficace per porre rimedio  ai danni provocati dall’ultraliberismo che nel tempo si è dimostrato incapace di fornire una crescita armonica a livello mondiale,  favorendo l’arricchimento di pochi e l’impoverimento di molti.

Claudio Freschi

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