Il Primato Nazionale mensile in edicola

Brugherio, 30 set –  Il gruppo Candy non è più italiano. La cinese Qingdao Haier Co. rileva lo storico marchio versando 475 milioni alla famiglia Fumagalli. La notizia è stata diffusa venerdì scorso dopo che i consigli di amministrazione di entrambe le società hanno dato parere favorevole all’operazione. I sindacati (a loro dire) tenuti allo scuro di tutto non nascondono la loro preoccupazione. C’è in gioco il futuro dei mille dipendenti italiani della società di elettrodomestici nell’unico sito rimasto aperto, a Brugherio, provincia di Monza. Anche per questo i nuovi acquirenti ci tengono a rassicurare le maestranze. In una nota la Haier promette di “continuare a investire in Candy per aumentarne la competitività in Europa e a livello globale” e, con questa operazione, “punta a espandere la propria leadership nel settore degli elettrodomestici intelligenti in Europa nell’era dell’Internet of Things e a fornire prodotti e servizi di alta qualità agli utenti europei e globali”.
Insomma, i cinesi fanno sul serio. I numeri sono dalla loro parte. Il gruppo di Qingdao lo scorso anno si è posizionata per la nona volta consecutiva come maggior marchio di elettrodomestici al mondo in termini di vendite, con un volume di affari globale di 241,9 miliardi di yuan (30,38 miliardi di euro al cambio attuale). Tuttavia, è bene non lasciarsi ingannare dalle apparenze. Infatti, non è la solita storia del pesce grande che mangia quello più piccolo. Ciò che invece va registrato è la resa incondizionata dell’imprenditoria italiana davanti alle logiche della globalizzazione. Vediamo perché.
La Candy ha rappresentato una sintesi virtuosa di inventiva e laboriosità. Nel 1945 le Officine Meccaniche Eden Fumagalli (dal 1946 Candy) realizzano Modello 50 la prima lavabiancheria italiana che verrà presentata l’anno successivo alla Fiera di Milano. Da quel momento la crescita sarà ininterrotta. Alla produzione di lavatrici si aggiungono altri elettrodomestici. Nel 2002 arriva ad esportare in 111 paesi. Inoltre, la stessa Candy ha avuto la forza di acquisire grandi marchi internazionali come la Hoover. Nel corso degli anni sono stati costruiti grandi stabilimenti in varie parti del mondo ma il cuore della produzione è sempre rimasto in Brianza. Negli ultimi anni con la scusa di adattarsi ai cambiamenti del mercato l’azienda ha deciso di delocalizzare aprendo sedi in Repubblica Ceca, Russia, Turchia e Cina.
Secondo l’amministratore delegato Beppe Fumagalli per sopravvivere era necessario trasferire all’estero le fasi di produzione meno ricche, mantenendo in patria quelle a più alto valore aggiunto, come ricerca e sviluppo. Da un punto di vista strettamente contabile la strategia ha funzionato. Dal 2015 il gruppo cresce a un ritmo superiore al 10% annuo e in Europa è l’azienda che corre di più. Il fatturato era di poco superiore al miliardo di euro nel 2016, è passato a 1.160 milioni nel 2017. I conti dell’azienda in ordine non bastano a tranquillizzare le maestranze. I mille dipendenti di Brugherio hanno subito una contrazione del loro reddito a causa dei volumi di lavoro in calo. Il legame tra la fabbrica e il territorio è stato definitivamente spezzato dalla delocalizzazione. La cessione del marchio Candy ai cinesi, dunque, è solo l’ultimo atto di un distacco maturato da tempo.
Salvatore Recupero

Commenta