Roma, 4 nov – Il fondo d’investimento Cerberus è pronto a rilevare Alitalia. A dirlo è il suo chief communications officer Jason Ghassemi a Il Sole 24 ore: “Cerberus conferma il suo interesse per Alitalia. Il nostro obiettivo è avere un ruolo positivo e costruttivo, in collaborazione con il governo italiano, i sindacati dei lavoratori e altri ‘constituents’, nel creare e realizzare una soluzione di lungo termine che mantenga Alitalia intatta, più competitiva e soprattutto indipendente”. Il fondo inoltre punta ad “avere il controllo della compagnia, non partecipazioni di minoranza” e a “chiudere le trattative entro le prossime elezioni politiche “. L’intervento degli americani potrebbe cambiare le carte in tavola. Finora, infatti, i commissari straordinari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari non erano soddisfatti delle offerte finora arrivate proprio perché riguardavano singoli asset. Questa notizia può dunque rappresentare una svolta? Difficile dirlo, in primis perché non è stata presentata nessuna offerta vincolante e in secundis non ci troviamo di fronte ad un investitore “ordinario”. Vediamo perché.

La Cerberus Capital Management, L.P. è una azienda operante fondi di investimento. Il suo core business è dunque rappresentato dal private equity, si tratta di operazioni finanziarie di medio-lungo termine, posta in essere da investitori specializzati e finalizzata ad apportare capitale di rischio in una società (detta target), generalmente non quotata, in base a una valutazione positiva della sua attitudine alla crescita. Esse può realizzarsi mediante l’assunzione di una partecipazione al capitale, o anche attraverso l’erogazione di prestiti. Tutto ciò serve a garantire comunque all’investitore l’assunzione di un ruolo attivo nella gestione. Si tratta dunque di un’attività che mira traghettare le aziende fuori dai loro momenti crisi? Su questo è lecito avanzare qualche dubbio. Nel 2007 Cerberus con altri cento investitori ha acquistato l’80% di Chrysler per 5,520 miliardi di euro, promettendo di rafforzare il mercato dell’auto. Solo un anno dopo il piano era miseramente fallito. Nel 2009 il fondo d’investimento rinuncia alla propria quota (rimanendo comunque azionista della holding finanziaria di Chrysler). Due mesi dopo la gestione finanziaria di Chrysler ha annunciato il fallimento con l’accesso alla procedura “Chapter 11” che consente una bancarotta pilotata attraverso la protezione dai creditori.

Alla luce di quanto detto è rischioso lasciare la nostra compagnia di bandiera nelle mani di Cerberus proprio perché si tratta di “fondo specializzato in investimenti in difficoltà” ossia di un vulture fund (fondo avvoltoio). Le loro prede favorite, infatti, sono i crediti in sofferenza nella pancia delle banche o le compagnie sull’orlo della bancarotta (investimenti ad alto rischio e a rendimento ancora più elevato delle bad bank). In tempi di vacche grasse, si incassano laute plusvalenze. In caso contrario, si lascia andare l’azienda in malora insieme ai suoi dipendenti. Un investimento che punta ad un guadagno immediato non può garantire nessun futuro ad uno dei nostri principali asset strategici. Alitalia, dunque, è davanti ad un bivio: lo smembramento o l’acquisizione da parte di un fondo avvoltoio. Per sfuggire da questa tenaglia l’unica via è la nazionalizzazione. In questi ultimi anni la privatizzazione è costata cara al contribuente e ai lavoratori, lasciando la nostra nazione priva di una compagnia di bandiera.

Salvatore Recupero

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