negozio buccellatiMilano, 24 dic – Non solo squadre di calcio – giusto il 100% di quelle milanesi – ma anche alta moda. La Cina, come la Francia degli ultimi anni, cerca di diversificare pur rimanendo nel capoluogo lombardo: è Buccellati, storico marchio del lusso, l’ultima vittima della campagna acquisti straniera sul territorio italiano.

Fondata dall’orafo Mario Buccellati nel lontano 1919, l’azienda – che fra i suoi clienti ebbe niente meno che l’alta nobiltà europea, il Vaticano e Gabriele D’Annunzio – seppe espandersi sotto la sua guida fino negli Stati Uniti già nell’immediato secondo dopoguerra. Passata nelle mani del figlio Gabriele Buccellati, conoscerà una continua e costante crescita fino al 2013, quando il 67% passerà al fondo d’investimento Clessidra, lasciando solo il resto in capo alla famiglia, che comunque esprime presidente e presidente onorario, rispettivamente gli eredi del fondatore Gianmaria e Andrea Buccellati.

Sono bastati tre anni perché il fondo – controllato da Carlo Pesenti, non nuovo a svendite all’estero dopo la cessione dell’azienda di famiglia, il colosso Italcementi, ai tedeschi di Heidelberg – procedesse con il disimpegno: l’85% di Buccellati finisce per circa 200 milioni di euro in mano ai cinesi di Gansu Gangtai, gruppo quotato alla borsa si Shanghai. Nessuna crisi conclamata (la società ha realizzato quasi 6 milioni di utile nell’ultimo trimestre) ma solo logica simil-industriale: Gansu Gangtai è un gruppo specializzato, fra le altre cose, nella distribuzione, ma nonostante ciò risulta difficile comprende come non si potesse realizzare ad esempio una partnership paritetica senza dover per forza cedere armi e bagagli. Buccellati, d’altronde, negli ultimi anni ha realizzato una crescita dei ricavi pari al +60%, numeri record sui quali puntare per investire se il desiderio era quello di farne un marchio ancora più globale. Ma forse disfarsi del peso è la strada più semplice.

Filippo Burla

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