terremoto austeritàRoma, 4 set – Il terremoto che ha colpito le province di Rieti e Ascoli Piceno rappresenta una spia abbastanza “evidente” di una questione all’ordine del giorno da tempo: quella dei rapporti fra spesa pubblica e investimenti ai tempo dell’austerità. Inevitabile è il terremoto, salvo per qualche imbecille complottista, non certo i danni che da esso sono derivati. Se negli anni fossero stati fatti i necessari investimenti, oggi non ci sarebbero vittime da piangere. Ad Amatrice non tutti gli edifici sono crollati; quelli costruiti con criteri antisismici o messi in sicurezza sono rimasti in piedi. A Norcia, più o meno equidistante dall’epicentro, non è crollato alcun edificio e non ci sono state vittime, perché dopo il sisma del 1997 sono stati fatti gli investimenti che servivano.

Ma si tratta, ovviamente, di casi isolati, nel senso che un piano governativo di prevenzione antisismica a livello nazionale non si vede da decenni, e non potrebbe essere altrimenti. Non dimentichiamoci che è da 1992 che lo Stato in Italia è in avanzo primario, ovvero sottrae all’economia reale più liquidità di quanta ne immetta tramite la propria spesa, sulla cui efficienza ovviamente si può e si deve discutere. Secondo Armando Zambrano, presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, appena un quarto delle abitazioni civili in Italia sono costruite seguendo le moderne tecniche di prevenzione antisismica. Un dato che fa gelare il sangue nelle vene, perché evoca ancora innumerevoli tragedie anche più devastanti di quella per cui stiamo ancora piangendo i nostri morti. I tagli al bilancio pubblico hanno anche portato ad una folle riduzione delle facoltà universitarie di geologia: da ventinove nel 2010, sono ridotte a otto oggi, a causa di una legge che impone di sciogliere tutte quelle con meno di quaranta docenti. E come possiamo pretendere una mappatura seria ed efficiente del territorio nazionale se poi ci rifiutiamo per volgari motivi finanziari di formare le professionalità necessarie?

Renzi tenta di elemosinare un pochino di “flessibilità” da Bruxelles, ma sappiamo bene che a tutti gli effetti si tratta di qualche spicciolo, in confronto all’entità dei danni. Ai prezzi attuali, per il solo terremoto del Friuli abbiamo speso nella ricostruzione 18 miliardi di euro, che oltretutto, finendo in mille rivoli proprio sul territorio in questione, hanno alimentato la proliferazione di attività economiche locali che sono alla base dell’attuale prosperità di questa regione. È questo il mai compreso concetto di “moltiplicatore keynesiano”, che gli economisti attuali ignorano bellamente. Di fatto però, l’idea è estremamente semplice: in condizioni di alta disoccupazione, o comunque di basso utilizzo delle strutture produttive e delle risorse economiche, se viene incrementata la spesa in beni e servizi (domanda aggregata), l’effetto sul Pil sarà più alto della spesa medesima perché i soldi circoleranno velocemente e saranno spesi, generando ogni volta un reddito nuovo. Sembra quasi stregoneria, nel mondo fatato della superstizione marginalista/ambientalista della “scarsità delle risorse”, ma in realtà è poco più di una banale considerazione di opportunità. Non vuole ovviamente dire, come pretendono gli anti-keynesiani di ferro, che si possa sempre spendere e spandere in ogni modo, luogo e tempo senza curarsi delle conseguenze. Keynes, per dire, parlava anche esplicitamente di “austerità”, intesa come efficientamento e razionalizzazione della spesa pubblica. Contrariamente ai tecnocrati in loden, sapeva benissimo che il momento per l’austerità non è la recessione, ma la crescita.

Matteo Rovatti

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