Roma, 9 dic – Il decreto fiscale in discussione alle camere è stato recentemente integrato con una previsione specifica per il settore delle telecomunicazioni, che apre a un completo riassetto del mercato, con conseguenze enormi sul futuro di Tim e non solo. L’emendamento, promosso da 5 Stelle e Lega, punta in particolare a favorire l’aggregazione delle reti di telecomunicazioni appartenenti a soggetti diversi in un’unica compagine terza e indipendente.

Un disegno già anticipato dal governo Renzi, sotto il quale si è perfezionato l’accordo fra Enel e Cassa Depositi e Prestiti che ha dato vita a Open Fiber, con l’obiettivo di sostenere la diffusione di reti in fibra ottica anche nel segmento della rete collega i clienti finali. Un’operazione con mire politiche probabilmente superiori a quelle industriali, possibile anche grazie a quattro miliardi di finanziamenti pubblici assegnati non senza polemiche e ricorsi amministrativi. Da tale iniziativa ne era nata una bagarre con Tim, che per risposta aveva impresso una forte accelerazione allo sviluppo della rete fttc, evidentemente preoccupata da un soggetto concorrente dotato di una compagine azionaria così solida. La stessa che non può del resto vantare l’ex-monopolista: proprio pochi giorni fa l’ennesimo cambio di vertice in pochi anni, con il nuovo ad Gubitosi (vicino al fondo americano Elliot) che succede ad Amos Genish, espressione della compagine azionaria francese.

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Quattro amministratori delegati in quattro anni (record certamente negativo in un settore caratterizzato dalla necessità di investimenti imponenti e progetti a lungo termine), controllo della società in bilico fra una delle maggiori società d’oltralpe e un fondo speculativo americano, titolo in ribasso ormai da anni. Senza contare l’enorme debito che grava sui conti della società, pari a 30 miliardi, e il mandato dato a una banca d’affari (Rothschild) per vendere un ramo di assoluto pregio come la controllata Sparkle. Ci sono tutti gli ingredienti per decretare la fine dell’ex colosso delle telecomunicazioni, un tempo presente in decine di paesi e con una posizione di prim’ordine nella telefonia mobile.

Il tutto con grande vantaggio delle multinazionali di settore presenti stabilmente in Italia, che invece di confrontarsi con un operatore verticalmente integrato, proprietario della rete e operativo sulla vendita ai clienti finali, nel disegno del governo potranno competere ad armi pari attraverso una rete gestita da un soggetto neutrale. Eventualità che non è tuttavia messa in dubbio nell’attuale assetto di mercato: qualcuno può sostenere che non ci sia sufficiente concorrenza in Italia nel settore delle tlc?

Qualora dovesse andare in porto, l’operazione avrebbe il solo risultato di mettere fine a una delle più importanti realtà industriali italiane, un traguardo abbastanza incompatibile con un governo che vuole dirsi sovranista. Come evidenziato ci sarebbe  ben più di una ragione per mettere ordine, magari attraverso la Cdp che ha già acquisito una partecipazione del 5% nel capitale di Tim, recuperando stabilmente il controllo di quello che potrebbe essere uno dei principali strumenti di sviluppo del Paese. Tuttavia, con questo emendamento, il governo dimostra di aver scelto un’altra strada, quella tracciata dal governo Renzi, con nessun paragone in Europa e pochi esempi al mondo dagli esiti peraltro discutibili. Saremo i primi in Europa a lanciarci in un’avventura simile e probabilmente anche gli ultimi.

Armando Haller

1 commento

  1. Oggi avere il controllo delle reti di telecomunicazioni è avere il controllo delle popolazioni, dato che siamo spiati in ogni comunicazione che abbiamo.La lotta per questo controllo và ben oltre le forze del nostro paese che si è svenduto negli ultimi anni alle elites straniere grazie ai traditori nostrani ,oggi ancora spesso in posizioni prestigiose

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