Washington, 24 ago – Come un rullo compressore, Donald Trump non molla la presa sulla guerra commerciale che da quasi due anni lo vede impegnato contro la Cina. Uno scontro iniziato nel gennaio 2018 con i primi dazi e proseguito, senza soluzione di continuità, nei mesi successivi.

I nuovi dazi di Trump

All’inizio furono le lavatrici e i pannelli solari, poi le tariffe doganali furono estese a tutta una serie di altri beni. Con la promessa (o la minaccia?) di arrivare a colpire potenzialmente qualsiasi prodotto “made in China” ed esportato negli Usa. Le ultime fiammate sono arrivate a maggio, quando gli Stati Uniti hanno innalzato i dazi dal 10 al 25% su 200 miliardi di dollari di beni. Questo fino a ieri, quando il presidente ha annunciato un’ulteriore stretta che portà l’aliquota fino al 30% a partire dal 1 ottobre. Salirà invece al 15% (dal 10) quella su altri 250 miliardi di prodotti.


La scelta è giunta come contromossa ad una decisione analoga presa da Pechino, che ha imposto dazi su 75 miliardi di prodotti americani. Una decisione dunque “politicamente motivata”, ha spiegato Trump.

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Continua così la crociata del vulcanico presidente a favore del rientro delle produzioni in patria. Una trama che l’ha portato allo scontro persino con un gigante come la Apple, alla cui richiesta di essere esentata dall’applicazione delle tariffe doganali aveva risposto: “Non volete i dazi? Producete in America!”.

Il protezionismo funziona?

Al netto dei ribaltoni finanziari che la guerra commerciale sta producendo sulle piazze borsistiche di mezzo mondo (nonché sulla performance economica di un’Europa che seguendo acriticamente il modello tedesco si è messa in un cul de sac dove basta un refolo di crisi sugli scambi internazionali per farne traballare pericolosamente l’architettura), i risultati sembrano, almeno per il momento, dare ragione a Trump. La produzione industriale è ai massimi da oltre 10 anni, il numero dei senza lavoro è prossimo al livello di disoccupazione zero mentre il deficit della bilancia commerciale, fino a pochi mesi fa in continuo ampliamento, pur senza invertire la rotta sembra almeno aver arrestato la sua corsa verso il basso.

Filippo Burla

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