Milano, 28 lug – Unicredit starebbe valutando un taglio fino a 10mila posti di lavoro e una riduzione dei costi operativi. A quanto pare a Piazza Gae Aulenti vogliono prendere come esempio la politica del personale di Deutsche Bank. La notizia è stata data da Bloomberg il 22 luglio scorso. Due giorni dopo il Ceo della banca Jean Pierre Mustier ha scritto una lettera a tutti i dipendenti per rassicurali. La missiva, però, non è bastata anzi ha sortito l’effetto opposto. Vediamo perché.

Digitalizzazione e razionalizzazione, alias licenziamenti

Mustier ha rassicurato: “Lavoreremo ancora di più sulla trasformazione di UniCredit. L’efficienza deriverà principalmente dall’ottimizzazione delle attività, semplificando i nostri processi e la nostra gamma di prodotti attraverso l’automazione e la digitalizzazione. Questa sarà una leva fondamentale in un contesto di debole crescita economica e di tassi negativi che ci aspettiamo per i prossimi anni in Europa”.

Ovviamente il manager francese è troppo furbo per cercare uno scontro in campo aperto con i sindacati per questo specifica che: la riduzione del personale (che non smentisce) sarà gestita “attraverso il prepensionamento, in modo socialmente responsabile e in linea con le rappresentanze dei lavoratori del gruppo”. Tanti giri di parole per dire che l’efficienza deve passare per una drastica riduzione dei dipendenti.  Non la pensano affatto così i rappresentanti dei lavoratori.

La ferma opposizione dei sindacati

I sindacati sostengono, al contrario, che il nodo dei ricavi sia centrale e che per far crescere i profitti serva investire anche nei lavoratori. Anche se manca un documento ufficiale che certifichi il numero degli eventuali esuberi, i toni della discussione si fanno accesi. Lando Maria Sileoni della Fabi si dice pronto a “fare a cazzotti” pur di bloccare sul nascere il piano di Mustier. A parte i toni coloriti il ragionamento di Sileoni non fa una piega. Il segretario della Fabi ricorda che: “UniCredit a livello globale nel 2013, prima dell’arrivo di Mustier aveva oltre 140.000 dipendenti. Oggi sono poco più della metà. Di piano in piano, di gestione in gestione, il gruppo ha lavorato soprattutto sulla razionalizzazione del costo del lavoro”.

Mustier inoltre omette che “il cost income di Unicredit oggi è al 52,8%, tra i migliori in Europa. Il costo del lavoro degli 86.000 dipendenti attuali è di 6 miliardi di euro, pari a solo il 30% dei ricavi, attesi poco sotto i 20 miliardi nel 2019. UniCredit Italia è oggi l’area di business più redditizia dopo l’Ungheria e produce, nel primo trimestre 2019, 395 milioni di utili netti su 1,3 miliardi del gruppo. L’area “Cee” produce 391 milioni di utili netti e la Germania solo 113 milioni. Nel 2019 sono attesi 4,7 miliardi di utili, erano 3,9 miliardi nel 2018” scrive Sileoni. Inoltre il segretario della Fabi si ricorda: “la vendita dei gioielli di casa, tra i quali Pioneer, Pekao e Fineco. Un incasso certamente redditizio (oltre 7 miliardi di euro) che però ha privato il gruppo bancario di “asset altamente redditizi”.

Banche: la contrazione del personale non riguarda solo Unicredit

I problemi di Unicredit non riguardano solo l’istituto di Piazza Gae Aulenti. Tra il 2008 e il 2018 i bancari sono diminuiti del 18,9% contro una media europea del 17%. Questo è il risultato di una analisi condotta dall’Area Studi di Mediobanca nel suo studio sulle banche internazionali. Unicredit ha dimezzato i suoi dipendenti. Per quanto riguarda le altre grandi banche, nei dieci anni Intesa San Paolo ha diminuito i dipendenti del 15%, Monte dei Paschi di quasi il 30%. C’è anche da dire che risultati simili riguardano anche le altre banche europee. Anzi, incredibilmente, per quanto riguarda il costo del lavoro, la situazione dell’Italia è buona e migliore di quella di altre banche in Europa. Nel 2018 il cost/income, uno dei principali indicatori dell’efficienza gestionale della banca, è al 63,6% nei primi due istituti italiani, mentre è all’87,3% nei primi tre istituti tedeschi.

Tornando ad Unicredit, nessuno pensa di portare indietro le lancette dell’orologio. Sicuramente i banchieri del futuro necessiteranno di competenze diverse rispetto a quelle del passato. Nessuno pensa di eliminare i bancomat. Non dimentichiamoci che dietro ogni macchina c’è un lavoratore. Pertanto, è necessario impedire che i processi di modernizzazione facciano da volano alla precarietà.

Salvatore Recupero

1 commento

  1. Ed è soltanto l’inizio. Speriamo che non si facciano intimorire dai sindacati e si arrivi ad aziende sane: le banche attuali italiane sono un pozzo senza fondo, in una filiale si tengono 100 impiegati quando ne basterebbero 10. Il destino degli sportelli è segnato. D’altronde oggi i risparmiatori possono fare tutto on line, non vedo perché regalare soldi alle banche (gli impiegati non consigliano in modo onesto il cliente ma pensano solo a sbolognare i propri prodotti finanziari, ci manca anche che il cliente paghi il lavoro fisso a questa gente…).

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