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Torino, 15 gen – La Whirlpool vuole chiudere la sua sede torinese. Mercoledì scorso è stata avviata la procedura di licenziamento di 497 dipendenti su 537 della Embraco di Riva di Chieri (To), azienda controllata dalla multinazionale americana. L’azienda in questione in realtà non è una semplice controllata dal gigante americano degli elettrodomestici. A Riva di Chieri, infatti, venivano prodotti compressori per i frigoriferi della Whirlpool. In breve, Embraco era un ramo d’azienda o meglio un reparto si era trasformato in un’impresa. Questo schema di organizzazione del lavoro rappresenta una delle ultime frontiere del capitalismo. La produzione si snoda attraverso una serie d’imprese controllate con capannoni che si spostano come i camper di una compagnia circense.
Tornando a Torino, nonostante da un anno i lavoratori avessero accettato salari più bassi (i famosi contratti di solidarietà) gli americani avevano già deciso di tagliare la produzione in Piemonte per spostarla nell’Europa dell’Est. L’azienda ha spiegato in una nota di “procedere alla cessazione della produzione nello stabilimento di Riva di Chieri, ma mantenendo comunque una presenza in Italia. La decisione è arrivata dopo aver valutato diversi scenari alternativi senza che alcuno di questi potesse rappresentare una soluzione appropriata per continuare la produzione”.
Dura la presa di posizione del segretario regionale della Fiom Federico Bellono: “Non si è più investito in questa fabbrica, ma hanno scelto di spostare lo stabilimento in Slovacchia il problema è che in Italia, a differenza di quanto accade in Francia e Germania, i governi non riescono a difendere gli stabilimenti”. Da questo momento partono i canonici settantacinque giorni di trattativa, in cui l’esecutivo sotto la spinta dei sindacati si dovrà adoperare per fare in modo che l’azienda ci ripensi. Ovviamente, nel pieno della campagna elettorale i membri del governo si sono affrettati a rassicurare i dipendenti. La situazione, però, è difficile e l’esito delle trattative è estremamente incerto.
Eppure le cose dovevano andare diversamente. Infatti, come possiamo dimenticare il tweet del 2 luglio del 2015 dell’allora premier Matteo Renzi: “Lo avevamo promesso ai lavoratori #Whirlpool. Nessuna chiusura, nessun licenziamento”. Un ottimismo che contagiò tutti i protagonisti della vertenza. “È un grande piano come se ne vedono pochi che valorizza l’eredità e la cultura del paese – disse l’ad di Whirlpool, Davide Castiglioni – ogni sito ha la sua missione e garantiscono sostenibilità nel lungo termine”. Anche la Fiom cantava vittoria: “L’accordo è il risultato della lotta di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori, di una trattativa che abbiamo deciso di mantenere anche in situazioni difficili, della scelta dell’azienda di individuare soluzioni industriali condivise oltre che sostenibili e del sostegno dato dal Governo alla vertenza”. Inoltre, secondo Rocco Palombella (Uilm): “Con il nuovo piano industriale si passa da un bollettino di guerra a un piano di rilancio che scongiura, il rischio di oltre duemila licenziamenti”.
Purtroppo nella gioia dei festeggiamenti si erano scordati della Embraco che, pur essendo una controllata della multinazionale americana, non firmò quell’accordo. Oggi, si capisce il perché. La Whirlpool, come hanno fatto altre aziende,  ha esternalizzato quel ramo d’azienda per allocare i volumi di lavoro dove lo riteneva più conveniente.
Finora le strategie dell’esecutivo per arginare casi come questo si sono rivelate quantomeno infruttuose. Il ministero dello Sviluppo Economico sembra un pronto soccorso: l’anno è appena iniziato e già ci sono 166 tavoli di crisi che coinvolgono ben 190000 lavoratori da Nord a Sud. Inoltre, è bene ricordare che ci sono vertenze che si trascinano da anni Lucchini a Piombino, l’ex Fiat a Termini Imerese, Gepin Contact (call center) e Ideal Standard.
Quando, poi la situazione si complica arrivano gli ammortizzatori sociali e i prepensionamenti scaricando il peso dei fallimenti delle imprese private sulla fiscalità generale. Quanto detto dimostra che manca una seria politica industriale. La patria di Adriano Olivetti e di Enzo Ferrari non può limitarsi ad elemosinare investimenti esteri. L’Italia non può sempre giocare in difesa, urge un piano di sviluppo organico per rilanciare la nostra nazione.
Salvatore Recupero

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6 Commenti

  1. Non ho parole,sindacalisti e pennivendoli , lautamente pagati,che si lamentano dello scempio che loro hanno contribuito a creare……un paese senza politica industriale in cui fra gabelle statali e tasse locali un buon 70% se ne va per mantenere casta,burocrazia e porcaio vario potrà mai attirare investimenti stranieri???. Continuiamo a farci del male……e poi i fenomeni della whirlpool…… hanno svuotato i cassetti portando via progetti e brevetti di storiche industrie italiane,spesso gestite malamente……. ora se vanno all’estero , per forza , trovano due tesori…… burocrazia snella e veloce,lavoro sottopagato ………per cui tutto torna.

  2. …….è la finanza ”creativa” della grande élite sorosiana…difesa e protetta dalla ”casta” politica e sindacale…”adeguati fradello, adegggguati..”.

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