Manila, 22 set – Rodrigo Duterte non fa sconti a nessuno, nemmeno a suo figlio. Il presidente delle Filippine, che della guerra spietata al narcotraffico ha fatto la sua bandiera, interviene così in merito alle accuse sul traffico di droga rivolte a suo figlio Paolo. “Ho detto a Pulong: il mio ordine è ucciderti se sei coinvolto. E proteggerò i poliziotti che ti uccideranno, se è vero”. Pulong è il nomignolo “affettuoso” con cui Duterte chiama il suo primogenito. Eppure, se la commissione d’inchiesta del Senato dovesse confermare le accuse rivoltegli da un politico dell’opposizione, il presidente filippino non esiterebbe a farlo giustiziare.

Per chi lo accusa, Paolo Duterte sarebbe un membro di una triade cinese che contrabbanda grosse quantità di crystal meth (metamfetamina cristallina) proveniente dalla Cina. Duterte padre dal canto suo, già a ridosso della sua elezione avvenuta poco più di un anno fa, aveva annunciato che non avrebbe esitato a far giustiziare i suoi figli se coinvolti nel narcotraffico. Il figlio sotto accusa, Paolo, è il vice sindaco di Davao, città di oltre un milione di abitanti nel sud delle Filippine, autentico feudo della famiglia Duterte. Basti pensare che il sindaco della città è attualmente Sara Duterte, sorella di Paolo e figlia del presidente.

Lo stesso Rodrigo Duterte ha iniziato la sua ascesa politica proprio come sindaco di Davao, dove iniziò la sua opera di “pulizia” nei confronti dei narcotrafficanti, avvalendosi degli ormai famigerati “squadroni della morte”. Da quando Duterte è alla guida delle Filippine, la polizia ha dichiarato di aver già ucciso più di 3800 persone nel corso delle operazioni volte a contrastare il narcotraffico. Duterte, che nel recente passato si è anche paragonato a Hitler, è stato spesso al centro di polemiche e attacchi da parte di organizzazioni internazionali come Amnesty International, ma anche di personaggi come Papa Francesco e l’ex presidente Usa Obama.

Davide Romano

 

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