Roma, 25 set – Continuo a pensare che sia un bene che Julius Evola, immobilizzato su una sedia a rotelle dopo essere finito sotto le bombe alleate a Vienna, abbia scritto Gli uomini e le rovine anziché una cosa come Correre nel prato del mondo. Come la disabilità mi ha reso una persona migliore. Continuo a pensare che ciò che ci rende grandi è la capacità di esprimere qualcosa che va al di là di noi stessi e che i più grandi sono tali perché più spietatamente hanno saputo superare il proprio ombelico. Il problema di Nadia Toffa non è, primariamente, aver scritto delle idiozie sul cancro, e cioè che la malattia è un «dono» e che pensando positivo, tutto sommato, tutti i malati potranno beneficiare di questa gratificante esperienza di crescita. Queste sono boiate, ma, va detto a parziale discolpa della «Iena», sono boiate che impregnano lo spirito del tempo e che al limite possono sempre essere giustificate con qualche supercazzola da esistenzialismo social: su Facebook non è già tutto un trionfo di persone assolutamente ordinarie che celebrano le proprie «battaglie quotidiane»? La retorica del «cadere» e del «rialzarsi» infesta già il discorso corrente, perché proprio la Toffa dovrebbe esserne esentata?

Il problema di Nadia Toffa è di aver voluto, non per prima, purtroppo, scrivere un libro sulla propria malattia. Ovvero su una propria esperienza personale traumatica, ritenendo che questa fosse una questione degna di un qualche interesse per qualcuno al di fuori della cerchia dei suoi parenti e delle sue amicizie. Una volta compiuto questo passo, il baratro dell’insensatezza era già spalancato. E, del resto, il 90% di coloro che l’hanno criticata non si è minimamente discostato da questo orizzonte narcisistico, muovendo la più classica delle obiezioni, quella basata sul vissuto personale: «Ma come ti permetti, mi hai offeso, dato che io/mia mamma/mia figlia/mio zio/il mio cane ho/ha avuto il cancro e ne ho/abbiamo sofferto moltissimo». Ego contro altri ego. Sensibilità contro sensibilità. Vissuto contro vissuto. Non se ne esce.


Il tenore della reazione indignata media alle banalità della Toffa ci dice anche che, qualora la stessa avesse scritto un libro sulla propria malattia, ma con una retorica più prudente e meno ottusamente entusiasta, probabilmente quelli che oggi la criticano avrebbero preso d’assalto le librerie per comprare un libro di un tale «coraggio». Ed è questo il problema. L’incapacità di distinguere esperienza ordinaria e straordinaria (il cancro è straordinario, in senso negativo, per il singolo, ma è purtroppo materia ordinaria per la società nel suo complesso), di stabilire una gerarchia di temi, di discorsi, di interessi, di priorità. L’idea che ci si debba interessare solo a ciò che è alla nostra altezza, a ciò che ci è familiare, a ciò che solletica i nostri sentimenti, a ciò che glorifica la nostra ordinarietà e non piuttosto a ciò che ci eleva, che ci porta verso orizzonti di grandezza, che ci fa partecipare di qualcosa di più potente e importante del nostro vissuto. Come se bisognasse leggere solo ciò che è come noi. Ma allora, che leggere a fare? Basta guardare se stessi allo specchio.

Adriano Scianca

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7 Commenti

  1. Dottor Scianca mi permetta una domanda dopo aver letto il Suo interessante articolo; ma Lei percaso è uno 048?
    Lei percaso ha provato il brivido del “gioco del referto”?
    Mia semplice curiosità….

    cordialmente

  2. Quando un male arriva parlare di dono ,dire frasi tipo ..la malattia mi ha reso una persona migliore , date retta a me sono tutte cazzate, quando un brutto male arriva devi solo che incazzarti come una bestia mandare a fare in culo chi te la mandata e soprattutto devi incazzarti contro l’immigrazione .

  3. Sorridere di fronte ad un tumore??? Andate al primo ospedale che vi capita.. faccio in esempio al sant’ andrea a roma nella sala d’aspetto chemioterapia… oltre che i poveri pazienti debbono attendere ore oltre che moriranno ugualmente ,sorrisi larghi come una banana li vedi solo in faccia ai dottori.

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