GenderNeutral-700x466Roma, 13 mag – In America l’emergenza del momento riguarda le toilette. Tutto parte, come noto, dalla legge della North Carolina che regolamenta l’uso dei bagni nei luoghi pubblici. Approvata lo scorso 23 marzo, la norma prevede che i transgender debbano utilizzare i bagni corrispondenti al sesso registrato alla nascita. Apriti cielo: attivisti, cantanti, politici e chi più ne ha più ne metta ne hanno fatto l’ultima, improrogabile emergenza sorta sotto al cielo dei “diritti”.

Ora il governo si schiera. I dipartimenti di Giustizia e Istruzione hanno inviato una lettera per avvertire ogni scuola pubblica del Paese circa l’obbligo di trattare gli studenti secondo modalità che corrispondano alla loro “identità di genere”, anche se i registri scolastici e i documenti di identità indichino un sesso differente. Insomma, bisogna consentire agli studenti transgender di utilizzare il bagno che corrisponde alla loro “identità di genere”. Agli studenti, inoltre, non potrà essere fatto obbligo di presentare diagnosi mediche o documenti di identità che riflettano la loro identità di genere. Insomma, ci si dovrà fidare sulla parola, par di capire. E non potrebbe essere altrimenti, essendo “l’identità di genere” un concetto del tutto fluido, fumoso, inafferrabile.


La cosa equivale più o meno ad abolire la differenza fra bagno dei maschi e bagno delle femmine: ognuno potrà entrare nella toilette che preferisce trangenderadducendo come motivazione che l’identità di genere del giorno prevede l’uso di quel bagno. Ovviamente si tratta di una circolare che non ha valore di legge, anche se il governo punta sul ricatto relativo ai finanziamenti federali delle scuole pubbliche, che potrebbero essere erogati solo in presenza di un allineamento alle direttive governative. E intanto su Facebook spopola la foto della “bambina transgender” (!) diffusa dalla fotografa Meg Bitto, che ha accompagnato lo scatto con la seguente didascalia: “Se fosse vostra figlia, vi sentireste a vostro agio a mandarla in un bagno per uomini?”.

Giuliano Lebelli

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4 Commenti

  1. Visto che ha l’uccello non mi sentirei affatto a disagio a mandarla nel bagno degli uomini. Considerando che maniaci e arrapati possono usare direttamente quello delle donne ormai.
    Povero bambino. Esposto come un fenomeno da baraccone per titllare l’ego della madre e della fotografa. Tutti questi bambini usati come oggetti, inclusi i figli dell’orco Elton John, presenteranno il conto eccome una volta cresciuti. Se sopravviveranno una probabile adolescenza autodistruttiva.

  2. Ho sempre pensato che statunitensi fossero un popolo tanto arrogante, quanto profondamente ignorante.
    Il fatto è che non sono semplicemente ignoranti, sono letteralmente ed a tutti gli effetti il peggio dell’ Occidente.

    E nonostante tutto, noi europei siamo più ignoranti di loro, perché dalla fine della II Guerra Mondiale ci siamo arresi alla loro boria vuota, alle loro spacconate da cowboy eleggendoli all’ unanimità come se fossero i nuovi eroi del domani, e senza minimamente renderci conto dello spaventoso vuoto culturale che hanno dentro, e che continuano a portarsi appresso.

    • La stessa sorte toccata a questi Indiani fu praticamente identica per tutte le tribù dell’Est. La “soluzione finale”, ossia la deportazione di tutti gli Indiani residenti nelle colonie al di là della “frontiera permanente” nelle grandi pianure disabitate, venne programmata dal presidente Jefferson ed attuata a partire dal 1825 durante la presidenza Monroe sotto la spinta del “partito del Bisonte”: con questo nome erano noti alcuni membri del Congresso. Il loro portavoce Brackenbridge dichiarò che: “Non avendo fatto buon uso della loro terra coltivabile per secoli, gli indigeni avevano perduto ogni diritto su di essa, altrimenti si sarebbe dovuto ammettere anche un diritto dei bisonti sulla terra”. Secondo Brackenbridge quindi gli Indiani non avrebbero dovuto godere che dei diritti che si concedono ai bisonti e il loro sterminio sarebbe stato utile al progresso civile e persino un onore per chi avesse provveduto a compierlo.
      Il piano di deportazione conobbe il suo apice sotto la presidenza del già citato Jackson, allorquando il Congresso approvò il “Removal Act”, un documento che predisponeva la deportazione di tutti gli Indiani ad Ovest di una linea chiamata “frontiera permanente”. Questa linea partiva dal Lago Superiore, attraversava Iowa e Wisconsin, seguendo i fiumi Arkansas e Mississippi giungendo fino al Red River. Va detto che fino ad allora la dirigenza coloniale aveva spinto gli Indiani a seguire la via della “civilizzazione” e a fondersi con la cultura “bianca”, ma ora iniziava una vera inversione di tendenza. Molte tribù avevano recepito il messaggio assumendo comportamenti pacifici e operosi, avviando un progressivo abbandono dell’uso delle armi. Ma fu soltanto un pretesto, un inganno, tutto quanto proveniva da parte bianca era falso ed pianificato per altri obiettivi. Lo scopo dei colonizzatori era solo quello di espandersi, conquistare e saccheggiare: nessun atteggiamento da parte indiana poteva considerarsi soddisfacente dinnanzi ai criminali anglofoni. La deportazione degli Indiani fu uno degli atti più infami mai perpetrati da esseri umani a danno di loro simili: milioni di persone furono così strappate alla loro terra natale sino a diventare dei profughi nel loro stesso Paese. Furono programmate le distruzioni di culture e tradizioni millenarie, sostituendole con un tentativo di “fusione a freddo” che avrebbe comunque assorbito e annullato le usanze native nella cultura anglosassone coloniale dominante sul piano della forza politica e militare: era l’embrione di un atteggiamento che avrebbe forgiato col tempo la condotta degli Stati Uniti d’America in politica estera nei secoli successivi, e che continua ai nostri giorni nella stessa identica maniera, sebbene in forme nuove e più “edulcorate”.

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