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Roma, 18 mar – Qual è la differenza tra “America first” e “America is back”? A leggere le argute analisi degli alfieri dem, un abisso separa i due motti. Il primo non era altro che un pericoloso slogan di battaglia di Donald Trump, il secondo un semplice richiamo alla normalità di Joe Biden. Fine del ricreativo sovranista, principia il culturale progressista. E’ singolare notare la pazza gioia della sinistra italiana nell’assistere all’avvento di un nuovo presidente degli Stati Uniti. Una curiosa sindrome di Calliope ha improvvisamente colto gli aedi che un tempo avrebbero cucito canti per Mosca e che oggi si affannano a comporre rapsodie atlantiste.

Biden, un abbaglio

Osservate le reazioni della grancassa mainstream alla sparata di Biden. Può il leader della prima potenza del mondo innescare una miccia perigliosa definendo “assassino” il presidente russo? Ma certo, è legittimo, finanche giusto. Avanti Guerra Fredda. Perché in fondo dobbiamo tutti guardarci le spalle, lo zar Putin sarà senz’altro pronto a pugnalarci alla prima buona occasione. L’interesse americano è invece il nostro interesse, tutto procede per il meglio se gli Stati Uniti vestono nuovamente di bianco immacolato. Vorremmo sperare in un semplice abbaglio, invece la stampa italiana sembra persuasa, rinvigorisce un equivoco che si spaccia ormai per principio cardine.

L’insostenibile difesa di Biden

Ti aspetti che si ammetta almeno lo scivolone di Biden, una goffa uscita che fa impallidire le infuocate frecciate trumpiane. Parole poco consone al numero uno della Casa Bianca, se non altro perché stracciano d’un tratto il verbo diplomatico. Parole che se pronunciate da Trump avrebbero scatenato l’ira funesta che infinite addusse banalità a tutti noi. Anni di indici puntati contro un irrituale presidente Usa, perfetto pungiball in assenza del vecchio nemico Silvio. Tutto finito, adesso il cielo è blu e l’arcobaleno Joe ci rallegra.

Prendete orsù i titoloni di alcuni quotidiani di casa nostra, oscillano tra tesi assolutoria e giustificazionismo sfacciato. La Stampa: “Umiliato e irrilevante: la furia dello Zar Putin rinchiuso nel bunker”. Roba che neppure un comunicato stampa dell’esercito americano a Berlino nel ’45. Il Corriere della Sera: “Gaffe o affondo? E’ la fine dell’ambiguità trumpiana”. E ancora, Linkiesta: “Perché Biden ha definito Putin un killer, umiliandolo in mondovisione”. E dire che a noi sembrano umilianti le fette di prosciutto sugli occhi.

Eugenio Palazzini

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