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Ceuta, la Spagna si ribella: centinaia di migliaia in piazza contro Sánchez

by Sergio Filacchioni
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Roma, 3 set – «Ceuta non si vende, Ceuta si difende». Non è più soltanto lo slogan che da settimane risuona nell’enclave spagnola travolta dall’invasione migratoria di fine luglio. Nella serata di mercoledì 2 settembre è diventato il grido di centinaia di migliaia di spagnoli scesi nelle piazze di tutto il Paese. Madrid, Malaga, Siviglia, Valencia, Bilbao, Murcia, Saragozza, Valladolid, Salamanca, Barcellona: da nord a sud, la crisi di Ceuta è uscita dai confini della città autonoma ed è diventata una crisi politica nazionale. E mentre il governo socialista continua a denunciare la «strumentalizzazione» dell’emergenza da parte delle opposizioni, la piazza sembra avere già emesso il proprio verdetto.

Da Ceuta a tutta la Spagna

I numeri rendono difficile liquidare tutto come una manifestazione di partito. Europa Press parla apertamente di centinaia di migliaia di persone. Nella sola Andalusia la Policía Nacional ha contato oltre 160mila manifestanti. A Madrid la Delegación del Gobierno ne ha stimati 50mila, mentre il Comune ha alzato la cifra fino a 150mila. A questi vanno aggiunte decine di migliaia di persone distribuite nel resto del Paese. La Federación Española de Municipios y Provincias aveva chiamato alla mobilitazione i municipi spagnoli e le adesioni sono state centinaia, fino a raggiungere, secondo il conteggio diffuso dal Partido Popular, quasi duemila iniziative locali. A Madrid la protesta ha assunto immediatamente un carattere politico. A Plaza de Cibeles, tra migliaia di bandiere nazionali, si sono levati ripetutamente cori contro Pedro Sánchez e richieste di dimissioni. Alberto Núñez Feijóo, Santiago Abascal, Isabel Díaz Ayuso e José Luis Martínez-Almeida hanno partecipato alla mobilitazione. Più tardi, nei pressi del Congresso dei deputati, una seconda concentrazione convocata da ceutí residenti nella capitale è degenerata in scontri con la polizia: quattro persone sono state arrestate e quattro agenti sono rimasti feriti. Una notte tutt’altro che tranquilla per un governo che per settimane ha tentato di comunicare l’immagine di un’emergenza sotto gestione.

Divisioni interne al PSOE

Ma il dato forse più significativo è che la frattura ha cominciato a attraversare anche il campo socialista. Ferraz aveva invitato i propri amministratori territoriali a non aderire alle manifestazioni promosse dalla Femp, accusando il Partido Popular di voler trasformare la solidarietà verso Ceuta in una mobilitazione contro il governo. Non tutti hanno obbedito. Secondo il conteggio pubblicato da El Español72 sindaci del PSOE hanno comunque partecipato alle iniziative. Una minoranza rispetto agli oltre duemila municipi governati dai socialisti, certamente, ma sufficiente a mostrare quanto sia ormai difficile ridurre il problema a una semplice offensiva della destra. E proprio mentre la Spagna scendeva in piazza, sul tavolo del governo arrivava un problema ancora più grave. Un rapporto del Centro Nacional de Inmigración y Fronteras della Policía Nacional, trasmesso all’Audiencia Nacional, descrive quanto avvenuto a Ceuta facendo riferimento a una «pianificazione previa» e «tattica» dell’ingresso di massa e soprattutto al «guiado activo» dei migranti verso i punti di attraversamento da parte delle forze di sicurezza marocchine. Il rapporto non individua, almeno allo stato attuale, l’«autore intellettuale» dell’operazione e la direzione della Policía ha precisato che nessun documento attribuisce formalmente al governo marocchino la paternità politica dell’assalto. Ma il quadro delineato è già sufficiente a mettere in crisi la narrazione di un fenomeno migratorio spontaneo e imprevedibile.

Il Governo sul banco degli imputati

La risposta dell’esecutivo è stata rivelatrice. Prima il ministero dell’Interno ha sostenuto che non esistesse alcun rapporto della polizia che attribuisse alle forze marocchine la pianificazione o l’esecuzione degli eventi. Poi, emerso il documento del CENIF, il problema è diventato stabilire chi ne fosse a conoscenza e perché alcune informazioni non fossero arrivate ai vertici politici. Persino El País parla ormai apertamente di malessere nel governo e sensazione di perdita di controllo all’interno del ministero dell’Interno. Félix Bolaños ha invitato alla cautela e all’analisi del rapporto, mentre nella stessa maggioranza si sono aperte nuove crepe: Sumar ha preso le distanze dal PSOE, Izquierda Unida ha chiesto che a dimettersi sia Marlaska oppure il vertice della polizia e Podemos ha rilanciato chiedendo una rottura dei rapporti con il Marocco. È questo il punto politico che supera persino la gestione concreta dell’emergenza. Per settimane l’esecutivo Sánchez ha provato a presentare Ceuta come una crisi migratoria difficile ma amministrabile, respingendo le accuse dell’opposizione e muovendosi con estrema prudenza nei confronti di Rabat. Nel frattempo, però, la città autonoma si è ritrovata travolta dall’arrivo di decine di migliaia di persone, il governo è stato costretto a rafforzare progressivamente la risposta, la questione è diventata un problema di sicurezza nazionale e adesso un documento della stessa Policía Nacional sostiene che uomini degli apparati marocchini abbiano attivamente indirizzato la massa verso la frontiera.

Sánchez oggi al congresso

Non sorprende allora che la protesta sia uscita da Ceuta. Il significato politico delle manifestazioni del 2 settembre sta precisamente qui: centinaia di migliaia di spagnoli hanno trasformato una crisi periferica in una contestazione nazionale dell’intera gestione Sánchez. E il tentativo socialista di ridurre le piazze a una convocazione della destra rischia di funzionare sempre meno quando a manifestare sono anche amministratori del PSOE e quando le domande sulla notte del 30 luglio iniziano a provenire non soltanto dall’opposizione, ma dagli stessi apparati dello Stato. Oggi, 3 settembre, Pedro Sánchez dovrà presentarsi al Congresso dei deputati per spiegare la gestione della crisi. La comparizione era già stata fissata prima dell’esplosione del caso sul rapporto del CENIF; adesso assume tutt’altro significato. Feijóo e il Partido Popular arriveranno in aula dopo aver trasformato Ceuta in uno dei principali terreni di scontro con il governo, mentre Sánchez dovrà chiarire cosa sapesse l’esecutivo, quali informazioni fossero disponibili prima dell’assalto, quale sia stato realmente il ruolo delle autorità marocchine e perché Madrid abbia impiegato tanto tempo a riconoscere la portata politica e strategica della crisi.

La minimizzazione di Ceuta

Sarà quindi al Congresso che le piazze di mercoledì troveranno la loro prosecuzione politica. E sarà difficile per Sánchez rifugiarsi ancora dietro la rassicurante formula dell’emergenza gestita e della polemica alimentata dalle opposizioni. Perché nel giro di un mese Ceuta ha prodotto decine di migliaia di ingressi, una crisi diplomatica con il Marocco, accuse incrociate dentro gli apparati di sicurezza, una rivolta municipale, centinaia di migliaia di persone nelle strade e una maggioranza che comincia a dividersi perfino sulla testa del ministro dell’Interno. Eppure, per Sánchez e per quella sinistra europea che per anni ha trattato frontiere, sovranità e pressione migratoria come fastidiosi residui ideologici da amministrare con qualche formula umanitaria e molta comunicazione istituzionale, era tutto sotto controllo. No?

Sergio Filacchioni

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