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Gaza, ecco perché la tregua è ora molto difficile

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Roma, 12 mag – Il 7 maggio 2021 sono ricorsi due importanti eventi per la comunità palestinese non solo di Gaza. Era infatti l’ultimo venerdì di Ramadan, giornata sacra per i musulmani, e la Giornata Internazionale di Gerusalemme (Quds Day), data in cui si ricorda in tutto il cosiddetto mondo islamico l’occupazione ad opera degli israeliani di Gerusalemme Est, con un’attenzione particolare a tutta la Cisgiordania e alla causa palestinese per esteso. In questa giornata, sono riesplose le tensioni tra arabi ed ebrei. Il 7 maggio sono avvenuti gravi scontri nell’importantissima moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme Est, dove gli israeliani hanno fatto irruzione sparando granate stordenti.

Gaza, una violenza eccezionale

Per quanto le violenze tra palestinesi e israeliani rappresentino la norma ormai da più di 70 anni, i fatti degli ultimi giorni rappresentano un evento eccezionale, di quelli che fanno la storia del conflitto israelo-palestinese. Rappresentano infatti una rottura di una difficile tregua che – dall’operazione “Margine di Protezione” del 2014 – ha visto già diverse crisi, l’ultima nel 2019, dove pure Hamas aveva lanciato centinaia di missili.



Contrariamente ai precedenti degli scorsi anni, tuttavia, l’evento attuale potrebbe rappresentare un unicum dalla fine della seconda intifada. Le capacità belliche delle milizie di resistenza a Gaza risultano migliorate, mentre l’esercito israeliano è ritornato a bombardare pesantemente le abitazioni civili. Senza contare le condizioni di vita dei quasi 2 milioni di abitanti, che – complice il fattore Coronavirus – risultano non più sostenibili.

Cisgiordania, una politica di colonizzazione

Per tutto il 2021, la comunità palestinese ha lamentato le nuovamente intensificate espropriazioni e le occupazioni di interi quartieri a Gerusalemme Est. Esempio clamoroso il circondario arabo di Shaykh Jarrah. Quest’ultimo vede tuttora un’aspra lotta, con i palestinesi che tentano di mantenere un centro abitato che di fatto popolano da generazioni.

Questa politica di sgombero ha visto parallelamente l’emissione di bandi per migliaia di nuovi appalti per l’edificazione di unità abitative in tutta la Cisgiordania. E rientra nella storica politica israeliana che vede il tentativo di preparare una futura annessione del territorio attraverso il popolamento di aree strategiche e attraverso il controllo civile e militare delle risorse naturali, come l’acqua, scarsa per gli arabi, ma abbondante per i coloni ebrei.

Prospettive per il futuro

Se la situazione degenererà in un conflitto su larga scala solo il tempo potrà dircelo. Tuttavia, un grado simile di tensione non si raggiungeva da anni. Le milizie di resistenza arabe, da parte loro, si dicono pronte qualora l’evenienza di uno scontro armato dovesse occorrere. Tra queste figurano sigle come Hamas, la Brigata Quds, ma anche i libanesi di Hezbollah, oltre ovviamente ad una popolazione civile ormai conscia del fatto che nessuno la verrà a salvare.

L’Ayatollah Ali Khamenei, nel suo discorso per la giornata di Gerusalemme, ha da parte sua espresso pieno appoggio ai palestinesi, notando come negli anni la situazione sia volta a vantaggio del “mondo islamico”. I palestinesi sono riusciti a ottenere la fine dell’occupazione della striscia di Gaza e, se anche la Palestina non tornerà alla sua conformazione del 1917, il popolo palestinese potrebbe ancora riottenere il diritto ad una patria indipendente.

Giacomo Morini



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