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Roma, 9 mag – L’Italia è il primo partner economico dell’Iran tra gli Stati membri dell’Ue. Una lunga storia di relazioni commerciali di fatto quasi mai interrotta. Nel 2011 l’interscambio tra Roma e Teheran aveva raggiunto i sette miliardi di dollari, crollato a meno di un quinto nel 2013 a causa delle sanzioni a cui al solito non ci siamo sottratti. Con la firma dell’accordo che poneva fine al programma di sviluppo e di arricchimento dell’uranio avevamo triplicato l’interscambio. Basti pensare che nei primi nove mesi del 2017 era risalito sfiorando i tre miliardi e mezzo di dollari. Inutile specificare che il principale protagonista di queste relazioni è la nostra azienda maggiormente strategica: l’Eni.
La decisione da parte del presidente statunitense Trump di rompere l’accordo con l’Iran, oltre alle conseguenze belliche che potrebbe scatenare in Medio Oriente e alla destabilizzazione delle relazioni internazionali, rischia di arrecare un danno enorme proprio alla nostra compagnia petrolifera. La presa di posizione del governo americano, sempre più allineato con Israele e al contempo isolato dal resto del mondo, pone innanzi tutto l’Eni di fronte a un bivio: interrompere le relazioni con la compagnia petrolifera di Stato iraniana oppure giocarsi l’estrazione del greggio nel Golfo del Messico, in Alaska e in Texas. Non si tratta neppure di un’implicita conseguenza, è proprio una richiesta arrivata da parte di Washington che ha dato sei mesi di tempo all’azienda italiana per stracciare gli accordi con Teheran (pena, tra l’altro, l’interruzione dei rapporti con il sistema bancario americano). Un vero e proprio ricatto a stelle e strisce che poi si estende anche alle altre aziende europee.
Come rimarcato da Il Sole 24 ore “sinora, nonostante la sospensione delle sanzioni, al minimo errore commesso da una banca o da un’impresa europea in Iran, si rischiava una doppia sanzione americana: quella per la violazione delle regole e ripercussioni sulla propria operatività negli Usa. La decisione di Trump potrebbe quindi indurre le aziende europee, a dover fare una scelta di campo, tra lavorare con Teheran (che, per l’Italia, vale 5 miliardi di interscambio) o con Washington (che ne vale oltre 50). Non c’è partita. Ma una scelta, comunque, dolorosa”. Ci sono però decine di aziende italiane che hanno già firmato accordi con l’Iran, come la Franco Tosi, storica azienda meccanica di Legnano, che ha una joint venture con l’iraniana Mapna e che aveva già acquisito una maxi commessa da 66 milioni di euro.
Quello di Trump quindi è uno strappo legato a un ricatto, nei confronti soprattutto delle aziende europee. Ulteriore prova ne è che l’ambasciatore americano a Berlino, Richard Grenell, ha avvertito via Twitter (in stile tycoon) le aziende tedesche di interrompere immediatamente le attività in Iran. Essendo però l’Italia il primo partner europeo di Teheran, non è difficile comprendere che i primi ad essere danneggiati rischiamo proprio di essere noi.
Eugenio Palazzini



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Classe 1984, vivo da sempre in Toscana “torcendo il muso all'Arno”. Laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali con tesi sui rapporti tra Governo italiano e Autorità palestinese negli anni ottanta. Ho poi conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Internazionali all'Università di Siena con tesi sulla lotta del popolo Karen in Birmania, definita “la guerra più lunga del mondo”. Vicedirettore del Primato Nazionale, per il quale ho realizzato reportage da Iran, Siria, Birmania, Giappone e Ungheria.

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