Roma, 21 set – In Italia sta prendendo forma un partito che non comparirà mai sulle schede elettorali. Non ha un simbolo, un segretario o una sede. Attraversa sinistra radicale, Movimento 5 Stelle, settori del Partito democratico e destra sovranista. Le sue componenti non condividono quasi nulla sul piano ideologico, ma davanti alla questione decisiva della politica europea finiscono sempre più spesso nello stesso punto: fermare le armi all’Ucraina, respingere l’aumento della capacità militare europea e sottrarre il continente alla logica della potenza.
I pacifisti col culo degli altri: il disarmo che fa una cortesia a Mosca
Il caso più evidente è il Movimento 5 Stelle. Alla kermesse Nova il 91,7% degli iscritti ha approvato la linea contraria alla prosecuzione dell’invio di armi a Kiev, il 94,1% ha bocciato il piano europeo di riarmo e il 91,8% l’aumento delle spese per la difesa. Nello stesso documento trovano spazio il «primato del diritto internazionale», una conferenza internazionale e il riconoscimento dello Stato palestinese. Non sono dichiarazioni sparse di qualche parlamentare: è una piattaforma politica che Giuseppe Conte porterà al confronto con il resto del centrosinistra. Poche ore prima Francesca Albanese aveva condensato perfettamente questo orientamento. Al Festival di Open ha sostenuto che bisogna smettere di inviare armi all’Ucraina e pp, salvo aggiungere di non possedere una soluzione per la fine della guerra. Il passaggio è significativo perché mostra il cuore del problema: l’interruzione dello strumento militare viene presentata come la premessa del ritorno della politica, senza spiegare quale rapporto di forza dovrebbe rendere possibile la soluzione politica successiva.
A Nova, Ginevra Bompiani ha reso ancora più esplicita questa logica sostenendo che la pace immediata sarebbe possibile soltanto accettando le «ragionevolissime» condizioni di Putin. Nello stesso appuntamento, James Kenneth Galbraith ha ironizzato sull’ipotesi della minaccia russa all’Europa. Il punto, insomma, non è stabilire quanti grammi di simpatia personale esista nella politica e cultura italiana per Mosca. Quella è evidente e sproporzionata. Ma più che la simpatia conta ciò che si propone di fare politicamente. E ciò che si propone è interrompere il sostegno all’aggredito mentre l’aggressore conserva territorio occupato, capacità militare e iniziativa negoziale senza avere la capacità di chiudere la guerra.
Dal pacifismo alla “diserzione”: il più grande partito italiano
È la stessa tendenza che compare dentro il mondo democratico. Avevamo già commentato l’intervento di Virginia Libero, segretaria dei Giovani Democratici, alla Festa dell’Unità: «non saremo noi i soldati delle vostre guerre» e «organizzeremo i disertori». Ha successivamente precisato che il riferimento non era all’Ucraina, dichiarandosi dalla parte di Kyiv e contro Putin. Ma la polemica ha comunque aperto una frattura nei GD e nel Pd, dove una parte continua a difendere il sostegno militare ucraino. Ed è precisamente qui che Diego Bianchi, certo non sospettabile di nostalgie militariste, ha centrato la contraddizione. A Otto e mezzo in un guizzo di coerenza interna ha ricordato che anche i partigiani italiani combattevano grazie alle armi lanciate dagli americani e dagli inglesi: la pace, ha osservato, arrivò dopo. Da qui la sua conclusione, volutamente politica: «ho l’impressione che in Italia abbia vinto Putin». Il Foglio ha trasformato quelle parole in una requisitoria contro quella sinistra che celebra quotidianamente il mito della Resistenza, mentre fatica a riconoscere la funzione delle armi quando a resistere è qualcun altro.
La contraddizione, ovviamente, è soltanto apparente e non riguarda il ruolo effettivo dei partigiani nell’invasione alleata della penisola italiana. Riguarda la trasformazione stessa dell’idea di politica: la guerra viene riconosciuta come male morale, ma sempre meno come fatto politico che modifica confini, sovranità e rapporti di forza. Si può quindi proclamare solidarietà all’Ucraina e contemporaneamente volerla privare dello strumento attraverso cui quella solidarietà dovrebbe assumere una forma di difesa concreta.
Quando la propaganda di Vannacci incontra quella di Conte
Il fenomeno diventa ancora più interessante guardando dall’altra parte del famoso “ferro di cavallo”. Roberto Vannacci sembra muovere da premesse opposte a quelle del pacifismo progressista: interesse nazionale, critica all’Unione europea, ostilità alla cessione di sovranità a Bruxelles, contestazione dei costi economici della guerra. Eppure il punto d’arrivo si avvicina sorprendentemente. Vannacci sostiene che prolungare il conflitto sia dannoso per Italia ed Europa, contesta le risorse destinate all’Ucraina e ha definito la costruzione della difesa comune europea uno strumento attraverso cui Bruxelles vorrebbe «ingoiare la sovranità nazionale». Nega esplicitamente di essere filorusso e presenta la propria posizione come «pro italiana e pro europea».
Conte parla di pace, diritto internazionale e spesa sociale. Vannacci parla di sovranità nazionale, bollette e interesse italiano. Una parte della sinistra evoca welfare, clima e Palestina. Le genealogie sono incompatibili ma la decisione concreta converge: meno armi a Kyiv, meno integrazione militare europea, meno disponibilità ad assumere il costo della sovranità reale. Non è necessario immaginare alcuna internazionale segreta dietro questa operazione di disarmo. Il fenomeno è molto più interessante proprio perché era già nelle corde di tutti i protagonisti citati. Potremmo chiamarla convergenza negativa di una predisposizione antropologica: soggetti diversissimi concordano con facilità su ciò che l’Europa non deve diventare, molto meno su ciò che dovrebbe diventare dopo.
L’Europa che non vuole diventare potenza
Qui appare il vero spartiacque. La questione ucraina non riguarda soltanto Kyiv. Riguarda la possibilità che l’Europa impari finalmente a pensarsi come soggetto strategico. Persino all’interno del Pd questa contraddizione è ormai visibile. Schlein continua a sostenere l’aiuto all’Ucraina e ha difeso una difesa comune europea fondata su interoperabilità, investimenti e acquisti comuni, chiedendo contemporaneamente una minore dipendenza dai fornitori extraeuropei. Ma la linea deve convivere con un Campo Largo nel quale M5S e Avs hanno posizioni radicalmente differenti sull’invio delle armi, mentre lo stesso Pd ha conosciuto scontri interni sugli strumenti europei per la difesa. È in questo spazio che nasce il partito del disarmo. Non perché tutti i suoi componenti desiderino la stessa cosa, ma perché tutti trovano una ragione differente per impedire la medesima trasformazione.
Per il pacifista, l’Europa armata è ontologicamente sospetta. Per il populismo di destra e sinistra, ogni miliardo destinato alla difesa diventa un miliardo sottratto alla sanità. Per l’ambientalista la priorità è altrove. Per il sovranista, una difesa europea rischia di diventare l’ennesima cessione di sovranità. Per il terzomondista che guarda solo alla Palestina, l’Ucraina è una guerra dell’Occidente che va fermata. Per il progressismo, il conflitto viene ricondotto al prezzo dell’energia e alla perdita di competitività. Ovviamente sanità, clima, welfare e Palestina sono questioni politiche reali. Diventano categorie impolitiche quando vengono utilizzate non per definire una politica estera, ma per evitare la domanda preliminare che ogni comunità politica deve affrontare: chi garantisce la nostra sicurezza, con quali mezzi e a quale prezzo? Rispondere «gli ospedali vengono prima dei carri armati» non risolve quella domanda. Dire che la guerra è terribile non stabilisce quale rapporto debba esistere con una potenza che usa la guerra. Invocare il negoziato non determina quali condizioni renderanno quel negoziato favorevole. Condannare genericamente l’escalation non spiega chi deterrà la capacità di imporre condizioni al termine del tanto ambito disarmo.
Il ritorno dell’impolitica per portarci fuori dalla storia
È questo il tratto comune che attraversa il nuovo fronte: la convinzione che si possa uscire dalla politica di potenza semplicemente rifiutandosi di praticarla. A sinistra assume la forma della superiorità morale: diritto, pace, cooperazione, spesa sociale. A destra quella del ripiegamento nazionale: i nostri interessi, i nostri soldi, le nostre frontiere. Nel primo caso la potenza viene considerata qualcosa di moralmente superato; nel secondo qualcosa da lasciare agli Stati nazionali, proprio mentre nessuno Stato europeo possiede da solo dimensioni economiche, demografiche e militari paragonabili ai grandi attori del sistema internazionale. Due strade opposte che conducono allo stesso vuoto.
E questo spiega perché parlare semplicemente di «filoputinismo» serva a poco. Il dato politicamente rilevante, come dicevamo all’inizio, non è l’amore per Putin ma l’effetto cumulativo di una scelta europea di disarmo, dipendenza e rinuncia strategica. Mosca non ha bisogno che gli europei amino la Russia, anche se impegna tanta propaganda e soldi per dimostrare il contrario. In realtà le basta che l’Europa non diventi capace di agire autonomamente. E in un momento storico in cui Washington dimostra di considerare sempre meno automatica la propria funzione di garante del continente, questa convergenza assume un significato ancora più netto. L’Europa si trova davanti alla possibilità di diventare finalmente un soggetto della storia oppure continuare a essere il luogo nel quale altri soggetti esercitano la propria potenza. Il paradosso è che, mentre tutti proclamano di volere un’Europa «autonoma» e contro l’imperialismo statunitense, una parte crescente del sistema politico sembra pronta a respingere uno dopo l’altro gli strumenti senza i quali l’autonomia rimane soltanto una parola. Chiaro?
Vincenzo Monti