New Delhi, 21 ago – Sono circa 2.300 le persone, per lo più giovani uomini, attualmente in stato di detenzione nel Kashmir. L’India ha usato le maniere forti imponendo un  blocco di sicurezza e un blackout delle comunicazioni, al fine di porre un freno ai disordini. Ad inizio agosto, il governo di Nuova Delhi ha revocato l’autonomia della regione da sempre contesa col vicino Pakistan e formata da cittadini per la maggior parte di religione islamica.

Arresti dei protestanti

Gli arresti sono eterogenei, sono stati infatti destinatari di misure di sicurezza sia manifestanti anti India che pro India. Gli uomini arrestati in Kashmir sono stipati nelle carceri locali o addirittura in strutture improvvisate. Secondo la legge sulla sicurezza pubblica indiana, si può essere arrestati e mantenuti in carcere fino a due anni senza processo: sarebbero circa 100 i cittadini arrestati partendo da questa legge.

Migliaia di truppe indiane


Intaot, migliaia di truppe indiane sono state mandate nella valle del Kashmir. Tale luogo è uno delle regioni più militarizzate del mondo. Interrotte le comunicazioni telefoniche, la linea per i telefoni cellulari, internet e persino i segnali per la tv via cavo.

Il pericolo nucleare

Sia l’India che il Pakistan rivendicano come propria la valle del Kashmir. Fino ad inizio mese, la regione usufruiva di uno statuto speciale che ha mantenuto il livello di tensione tra i due Paesi sotto la soglia di guardia. Entrambi i Paesi sono in possesso di missili balistici dotati di armi nucleari. Il Pakistan è difeso da un esercito di dimensioni ridotte rispetto a quello indiano, ma è in possesso di 140 o forse 150 testate nucleari. L’India, invece, ne possiederebbe 130 o 140. La settimana scorsa si è riunito sul tema il Consiglio di sicurezza dell’Onu, poiché sul conflitto che vede l’India e il Pakistan contendersi il  Kashmir aleggia l’inquietante ombra di un conflitto nucleare.

Ilaria Paoletti

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