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Roma, 28 mar – “I bianchi in Sudafrica sono visti dalla popolazione locale come gli usurpatori delle terre e si applica un vero e proprio apartheid al contrario”. Danilo Oscar Lancini non è certo uno che si fa problemi a dire quello che pensa, anche quando la verità non rientra negli schemi precostituiti del politicamente corretto. Da pochi giorni l’eurodeputato leghista è rientrato da una missione in Sudafrica alla quale ha partecipato anche il Primato Nazionale. Gli incontri con gli agricoltori sopravvissuti agli attacchi, i report delle associazioni per i diritti civili della minoranza bianca e il quadro politico descritto dai partiti di opposizione hanno dato la possibilità alla delegazione guidata da Lancini di conoscere una realtà diversa da quella raccontata dai media mainstream e dal governo sudafricano.

Il Sudafrica oggi è la “nazione arcobaleno” sognata da Mandela e celebrata da Ramaphosa lo scorso novembre con un intervento al Parlamento europeo? 

Non direi. Attualmente il governo sudafricano ha messo in atto politiche di apartheid e di repressione volte a discriminare le minoranze del Paese e, in special modo, la popolazione bianca che vive in Sudafrica. Il governo tace a riguardo, permettendo ad alcuni personaggi di fomentare l’odio sociale. In questi ultimi mesi sono stati molteplici le manifestazioni di intolleranza nei confronti dei gruppi etnici minoritari. Una delle più famose rimane quella in cui il leader del partito di estrema sinistra (Economic Freedom Fighter) Julius Malema incitava a sparare ai boeri. Proprio l’EFF nella premessa del suo programma elettorale afferma: “L’economia in Sudafrica continua oggi a essere sotto il controllo e la proprietà dei coloni bianchi e delle minoranze. I loro possedimenti sono stati acquisiti grazie all’espropriazione dei terreni di proprietà dei neri”. Il sogno della nazione arcobaleno ipotizzata da Nelson Mandela è definitivamente tramontato”.

Qual è la condizione degli afrikaner e dei bianchi in generale? 

Subiscono continuamente aggressioni e atti di razzismo di una gravità inaudita. I bianchi sono visti dalla popolazione locale come gli usurpatori delle terre e si applica un vero e proprio apartheid al contrario. Le tensioni sociali sono sfruttate dal governo che non fa nulla per fermare questo processo.

Eppure non se ne parla molto…

Il silenzio delle istituzioni nazionali ed europee è assordante. Ho incontrato i rappresentati dell’Ambasciata d’Italia a Pretoria e quelli della Delegazione europea in Sudafrica. Entrambi hanno voluto sottolineare che la situazione nel Paese è esplosiva e che per non creare problemi in questo delicato periodo pre-elezioni non si doveva alzare un polverone mediatico. Non potevo credere alle mie orecchie e sono rimasto profondamente deluso dal loro atteggiamento accondiscendente. Quando sono andato a rendere omaggio ai nostri caduti e agli ex prigionieri di guerra al cimitero monumentale di Zonderwater ho avuto modo di incontrare e ascoltare anche una piccola delegazione della comunità italiana. Durante la visita hanno sentito il bisogno di lasciarmi una testimonianza del clima d’odio che si vive in Sudafrica. Anche loro confermano che le aggressioni sono vere e la situazione è peggiorata di anno in anno.

E’ troppo parlare di genocidio?

Se il termine viene inteso come la chiara e sistematica volontà di distruggere una popolazione, una stirpe, una razza o una comunità religiosa, allora non siamo lontani dalla verità.

Per i media allineati e il governo di Pretoria gli attacchi subiti dai farmers sarebbero semplici rapine e non crimini d’odio.

Non è così. Gli agricoltori sono vittime di crimini violenti a sfondo razziale, le persone sono torturate per ore di fronte ai familiari prima di essere brutalmente uccise. C’è anche la questione delle terre e delle aziende agricole (farms) di proprietà dei contadini bianchi e di altre minoranze. All’orizzonte si profila sempre più incombente l’espropriazione forzata delle loro proprietà. Nel programma elettorale del partito di governo, l’African National Congress, compare tuttora la chiara volontà di espropriare le terre in mano alla minoranza bianca degli afrikaner (discendenti dei boeri) senza la minima volontà di fornire un indennizzo a quest’ultimi. Lo scopo a detta dell’Anc è quello di ridurre la “separazione spaziale creata dall’apartheid”, ma l’obiettivo finale è chiaramente quello di colpire le minoranze per guadagnare consenso elettorale e favorire “i nuovi agricoltori neri”.

Ma i responsabili degli attacchi non vengono arrestati?

Parlando con i contadini ho scoperto che la polizia non interviene quasi mai durante le aggressioni, ma non potevo crederci. Per questo motivo ho voluto visitare una stazione di polizia per capire come viene gestita la sicurezza da queste parti. La più vicina tra quelle disponibile era a Cullinan. Con grande sorpresa ho scoperto che nella stazione sono in possesso solo di due auto per pattugliare una zona di 2500 km quadrati, e le forniture di elettricità non sono continue.

Dal punto di vista economico e sociale il Sudafrica vive un periodo di crisi. Il governo a guida Anc ha delle responsabilità? 

Le politiche messe in atto dal governo sudafricano continuano a causare ingenti danni all’economia del paese, soprattutto per quanto riguarda le politiche di sviluppo e la costruzione di infrastrutture. È il risultato di una logica che assegna il lavoro non sulla base del merito, bensì su quella etnica. A dimostrazione di quanto detto, infatti, in Sudafrica la corrente viene interrotta due volte al giorno. Per sopperire a tale mancanza si usano dei generatori, ma dei due che sono in possesso della stazione di polizia uno è rotto. La situazione è surreale, quando avviene un assalto c’è bisogno di intervenire rapidamente e con queste premesse è impossibile. Mentre ero lì e immaginavo questa situazione mi si gelava il sangue e ho sentito l’obbligo di chiedere spiegazioni al Comandante della stazione che, però, non si è presentato. Non sono rimasto sorpreso dalla mancata risposta del Comandante, anzi, tale atteggiamento si iscriveva perfettamente nelle relazioni ricevute dai cittadini riguardo l’operato della polizia. In Sudafrica le forze dell’ordine non sono collaborative e non forniscono informazioni sullo stato delle indagini.

Abbandonati dal governo e dalla polizia, come si difendono allora i farmers? 

Sono costretti a trovare un modo per difendere le loro famiglie e le loro proprietà. Se la polizia e le istituzioni del Paese non adempiono ai propri compiti, allora tocca alla comunità proteggere sé stessa. Nei giorni della missione ho avuto modo di partecipare insieme a contadini, persone con diverse attività ma soprattutto uomini e donne, al pattugliamento delle loro terre, effettuato continuamente al fine di garantirsi notti tranquille. Prima di iniziare la ronda abbiamo avuto la possibilità di effettuare un briefing su come avvengono gli attacchi e da dove provengono i gruppi di aggressori. Le persone si organizzano con fuoristrada, torce, radio, allarmi e ronde di vigilanza, tutto pagato di tasca loro. Se il governo sudafricano volesse veramente garantire la sicurezza per tutti i suoi cittadini, e ridurre le distorsioni generate dall’apartheid, dovrebbe fornire incentivi o sostegno economico a queste comunità.

Il governo ha smesso di pubblicare i dati degli attacchi alle fattorie. Esistono delle statistiche alternative?

Secondo i dati provenienti dall’Unione degli agricoltori sudafricani (TAU), dal 1990 ad oggi si sono registrati 5004 attacchi contro le “farms” che hanno causato la morte di 2003 persone. Dal 2011 ad oggi, il numero degli attacchi è incrementato notevolmente, passando dai 174 del 2012 ai 394 dello scorso anno. Nei primi mesi del 2019 il numero degli attacchi ha già toccato quota 73.  Se questi numeri sembrano impressionanti, lo sono ancora di più se paragonati ad altre categorie. In Sudafrica ci sono 132,8 agricoltori uccisi ogni 100.000 abitanti, mentre i poliziotti uccisi sono 54 ogni 100.000 abitanti. Se pensiamo che la media nazionale è di 31,1 assassini ogni 100.000 abitanti il quadro è agghiacciante, infatti gli omicidi dei farmers sono ben quattro volte superiori alla media nazionale. Come è possibile che questo ancora non sia un caso internazionale?

Il Sudafrica è uno dei paesi più pericolosi al mondo. A questo si aggiunge anche un problema relativo all’immigrazione clandestina? 

Certamente. Alle aggressioni compiute dai sudafricani di etnia nera si aggiungono quelle degli immigrati provenienti dallo Zimbabwe. Secondo Human Rights Watch, organizzazione indipendente che si occupa di diritti umani, dal 2005 circa un milione e mezzo di profughi dallo Zimbabwe è entrato irregolarmente all’interno del Sudafrica. Questi clandestini arrivano senza documenti e occupano delle baraccopoli adiacenti ai terreni delle “farms” nascosti dalla natura. Ho potuto osservare un campo profughi di questo genere proprio durante il pattugliamento notturno effettuato con la sicurezza privata organizzata dai “farmers”. Tra coloro che arrivano ci sono anche criminali e ex guerriglieri oppositori del regime. Senza lavoro, documenti e la possibilità di essere assorbiti dalla società il modo migliore per procurarsi da vivere è aggredire le proprietà dei contadini rubando tutto ciò che possono.

I bianchi sono solo l’8% della popolazione. Riescono ad avere una qualche rappresentanza politica? 

Fortunatamente esistono anche voci che lottano per far conoscere al mondo quello che sta accadendo nel Paese. Il Freedom Front Plus, ad esempio, si occupa della difesa delle minoranze, non solo quella bianca, di tutte le minoranze. Ci tengo a ribadirlo, in Sudafrica tutte le minoranze sono a rischio. È stato interessante ascoltare le parole dei suoi rappresentanti. Vedono nell’Europa la speranza di migliorare le condizioni sociali del loro Paese. In questa parte di mondo vive, inoltre, una folta presenza di cittadini di origine italiana di diverse generazioni. Ha voluto fare un appello anche nei confronti dell’Italia. Vede la nostra battaglia contro l’immigrazione come un esempio da seguire per combattere le gang di clandestini che terrorizzano i “farmers” sudafricani. Io ho fatto mie quelle parole, sicuramente le riporterò a chi di dovere. Dal mio rientro a Bruxelles mi sono subito attivato per far presente la situazione. Il Sudafrica avrà una voce in più, non permetterò che il massacro continui.

Davide Di Stefano

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