Roma, 13 set – Donald Trump ha certamente fatto rumore. Ma ridurre ciò che sta accadendo nel Regno Unito alle parole del presidente americano sull’unità irlandese significherebbe confondere il detonatore con la carica. Quando Trump, da Dublino, ha detto che gli piacerebbe vedere un’Irlanda riunificata e che prima o poi «accadrà», ha semplicemente messo il dito su una questione che Londra cerca da anni di amministrare senza riuscire a chiuderla.
Il vero appuntamento è domani a Cardiff per quello che è stato definito il Celtic summit. John Swinney dello Scottish National Party, Rhun ap Iorwerth di Plaid Cymru e Michelle O’Neill del Sinn Féin si incontreranno insieme alla presidente repubblicana Mary Lou McDonald e firmeranno un memorandum che chiede a Westminster di «preparare, pianificare e facilitare il cambiamento costituzionale» in Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Formalmente parteciperanno come dirigenti dei rispettivi partiti e non in rappresentanza dei governi che guidano: una distinzione giuridicamente necessaria, soprattutto nel caso nordirlandese, ma che non cambia il significato politico dell’incontro. Perché il dato nuovo è proprio questo: per la prima volta i tre territori devoluti del Regno Unito hanno contemporaneamente al vertice forze politiche che mettono in discussione, in forme differenti, la permanenza nell’Unione.
Tre questioni diverse, un unico problema per Westminster
Sarebbe però fuorviante immaginare un’imminente dissoluzione del Regno Unito. Le tre questioni nazionali si trovano in condizioni molto diverse ed è bene prenderle in considerazione. In Scozia il problema è ormai strutturale. Il referendum del 2014 si concluse con il 55% contrario all’indipendenza, ma non chiuse affatto la questione. Lo SNP governa ancora Edimburgo dopo le elezioni del maggio scorso e il fronte indipendentista dispone di una solida presenza nel Parlamento scozzese. Il sostegno alla separazione continua inoltre a oscillare attorno a livelli che rendono impossibile trattarla come una rivendicazione marginale. Il nodo, però, è giuridico: Edimburgo non può indire autonomamente un nuovo referendum. Nel 2022 la Corte Suprema britannica ha stabilito che l’Unione tra Scozia e Inghilterra rientra nelle materie riservate a Westminster. Per replicare il voto del 2014 serve dunque nuovamente un passaggio concordato con Londra.
È proprio su questo punto che il nuovo premier Andy Burnham si è infilato in un terreno minato. Rispondendo alla Camera dei Comuni sulla possibilità di un referendum nordirlandese, ha spiegato che questo dovrebbe essere preso in considerazione quando emergerà un chiaro consenso popolare, aggiungendo che per la Scozia vale «esattamente la stessa situazione». Swinney non si è fatto pregare: ha immediatamente chiesto a Downing Street di trasformare quel principio in un meccanismo legale permanente che consenta agli scozzesi di decidere il proprio futuro. Il governo britannico ha poi corretto il tiro, ribadendo che un nuovo referendum resta «off limits». Ma la frase ormai è stata pronunciata. E la domanda posta dagli indipendentisti è difficile da eludere: se Westminster riconosce che una maggioranza sufficientemente chiara in Irlanda del Nord deve poter mettere in discussione l’Unione, perché la stessa logica non dovrebbe valere in Scozia?
Dall’Irlanda al Galles, il momento indipendentista
Il caso nordirlandese è ancora diverso. Qui una via d’uscita dal Regno Unito esiste già nell’ordinamento. L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 fonda lo status costituzionale dell’Irlanda del Nord sul principio del consenso: qualora appaia probabile una maggioranza favorevole alla riunificazione, il governo britannico è tenuto ad aprire la strada a un border poll. Per questo le parole di Trump pesano. Non perché Washington possa decidere il destino di Belfast, ma perché gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo centrale nel processo di pace nordirlandese e i presidenti americani, compresi quelli con fortissime simpatie irlandesi, hanno tradizionalmente evitato di pronunciarsi apertamente sul risultato finale. Trump ha rotto questa cautela: «Mi piacerebbe vederla unificata», ha detto accanto al Taoiseach Micheál Martin, aggiungendo che l’unità «accadrà prima o poi».
Il Galles è senz’altro l’anello più debole del fronte separatista. Qui non esiste oggi una maggioranza popolare per l’indipendenza: alla vigilia delle elezioni di maggio YouGov registrava appena il 22% favorevole contro il 55% contrario. Eppure proprio il Galles rappresenta forse la novità politica più significativa. Plaid Cymru ha conquistato per la prima volta la guida del governo gallese, portando Rhun ap Iorwerth alla carica di First Minister e spezzando una lunghissima egemonia laburista. Questo significa che l’indipendentismo gallese non è ancora maggioritario, ma non è più soltanto una testimonianza identitaria confinata ai margini del sistema. È entrato nel governo, e da lì può trasformare la questione nazionale da aspirazione ideologica a problema istituzionale.
La crisi dell’Unione britannica è irreversibile?
È qui che il vertice di Cardiff assume un significato più profondo della somma delle tre rivendicazioni. Scozzesi, gallesi e repubblicani irlandesi non stanno concordando un calendario comune per abbattere il Regno Unito, o almeno non domani. Stanno però cercando di trasformare tre questioni costituzionali separate in un unico principio politico: Westminster non può pretendere di decidere indefinitamente se e quando i popoli dell’Unione abbiano il diritto di ridiscuterne l’appartenenza. È un rovesciamento importante ed epocale. Per secoli il Regno Unito ha potuto presentarsi contemporaneamente come Stato unitario e come unione di nazioni diverse. La devolution introdotta alla fine degli anni Novanta avrebbe dovuto rendere questa architettura più stabile, concedendo autonomia senza intaccare la sovranità ultima di Westminster. Ha prodotto anche l’effetto contrario: ha dato alle identità nazionali istituzioni, parlamenti, governi e classi dirigenti attraverso cui trasformarsi in soggetti politici permanenti.
La Brexit ha poi aggravato la contraddizione. Nel 2016 Scozia e Irlanda del Nord votarono per rimanere nell’Unione europea mentre Inghilterra e Galles portarono il Regno Unito fuori. Da quel momento è diventato sempre più difficile sostenere che esista una sola volontà politica britannica capace di assorbire senza attriti quelle delle sue componenti. Il problema di Londra, dunque, non è che il Regno Unito stia per scomparire ma che la sua unità non può più essere data per scontata.
La questione nazionale è ancora al centro della storia
In questo senso Trump conta meno di quanto suggeriscano certi titoli, ma la sua uscita ha dato visibilità internazionale a una faglia già aperta. La vera notizia è che nel 2026 l’idea stessa del Regno Unito deve essere nuovamente difesa politicamente, e non soltanto custodita giuridicamente. Westminster conserva tutti gli strumenti per impedire nell’immediato nuovi referendum in Scozia e Galles e ritiene che non esistano ancora le condizioni per quello nordirlandese. Ma il veto può rinviare una questione nazionale; difficilmente può risolverla. Ed è forse questo il punto che rende il summit di Cardiff: per la prima volta non è una singola periferia a interrogare il centro ma sono tutte insieme a chiedere a Londra fino a quando l’Unione possa continuare a esistere senza dover nuovamente ottenere il consenso di chi ne fa parte.
Vincenzo Monti