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Roma, 18 giu – Non toccate la Nestlé e le multinazionali che controllano il cibo, neppure quando sono accusate di sfruttamento del lavoro minorile. Di più, nemmeno quando vengono denunciate per schiavitù infantile nelle fattorie africane in cui si procurano il cacao per i prodotti alimentari che immettono nel mercato globale. La Corte Suprema statunitense ha stabilito che Nestlé Usa e Cargill non possono essere citate in giudizio. Perché questo privilegio? Perché secondo i giudici americani, come riportato dalla Bbc, non è possibile dare un giudizio su abusi avvenuti al di fuori degli Stati Uniti. Eppure esiste una legge americana del XVIII che dice esattamente il contrario. Ovvero che un’azienda Usa è responsabile di eventuali abusi sul lavoro commessi nelle proprie filiere di approvvigionamento in altri Paesi.



La legge che esiste, ma non viene applicata

Per l’esattezza negli Stati Uniti esiste una sezione apposita del codice penale, l’Alien Tort Statute (Ats), emanata nel lontano 1789 e purtroppo rimasta pressoché inapplicata per circa duecento anni. Nello specifico consente ad attori stranieri di proporre cause per chiedere un risarcimento danni rivolgendosi alle corti federali americane, allorché questi stranieri intendano denunciare violazioni di norme del diritto internazionale e dei trattati sottoscritti con gli Stati Uniti. Pura applicazione della tutela dei diritti umani che spesso proprio la Casa Bianca cita come imprescindibili per gli americani, accusando altri di non rispettarli. Si veda quanto dichiarato da Biden dopo il vertice con Putin. Ecco, in questo caso la Corte Suprema degli Stati Uniti non si è proprio espressa sulla possibilità di applicare l’Alien Tort Statute.

Schiavi bambini: Nestlé sotto accusa da anni

Nestlé e Cargill erano accusate di aver costretto persone a lavorare nelle fattorie di cacao in Africa per 12-14 ore al giorno. Il salario? Da fame, poco più del cibo di base. Come se non bastasse i presunti sfruttati hanno dichiarato di essere tenuti sotto scorta armata tutto il giorno, anche mentre dormivano, per evitargli di fuggire. Ma non è la prima volta che Nestlé finisce nella bufera, accusata di sfruttamento del lavoro minorile. Nel 2015, ad esempio, in California venne lanciata una class action contro la multinazionale svizzera e altre due sue concorrenti americane: Hershey’s e Mars.

Anche in quel caso si parlava di bambini ridotti in schiavitù, in particolare nelle piantagioni di cacao della Costa d’Avorio. Gli stessi promotori della class action accusarono la Nestlé di sfruttamento del lavoro minorile anche in Thailandia. Nella nazione del sud-est asiatico, il colosso svizzero avrebbe infatti chiuso un occhio sull’impiego di bambini pescatori, trattati come schiavi e provenienti da Birmania e Cambogia, per la produzione di scatolette di cibo per gatti. Secondo l’accusa, quei bambini erano costretti a lavorare addirittura 20 ore al giorno, sempre ovviamente con un salario ridicolo.

Eugenio Palazzini



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