Roma, 8 set – Per anni «Stop the Boats» è stato uno slogan elettorale. Lo hanno pronunciato i conservatori, lo ha trasformato in una delle proprie bandiere Nigel Farage, lo ripetono milioni di britannici che vedono nella Manica il simbolo dell’incapacità dello Stato di controllare i propri confini. A Dover e Portsmouth, nel giro di quarantotto ore, qualcosa è però cambiato: alcune centinaia di persone hanno deciso che non bastava più chiedere al governo di fermare le barche. Sono andate direttamente ai porti.
Sabato alcune centinaia di manifestanti vestiti interamente di nero, molti con il volto coperto, hanno bloccato per ore gli accessi al porto di Dover, paralizzando uno dei principali collegamenti tra la Gran Bretagna e il continente. Domenica la scena si è ripetuta a Portsmouth, dove era appena arrivata una grande imbarcazione carica di migranti partita dalle coste francesi. Qui lo scontro con la polizia è stato più duro: manganelli, spray urticanti, agenti feriti e mezzi danneggiati.
La protesta anti-immigrazione arriva a Dover e Portsmouth
Liquidare tutto come l’ennesima manifestazione dell’«estrema destra», come sta facendo larga parte della stampa progressista, significa però perdere la parte politicamente interessante della vicenda. Dietro le mobilitazioni c’è la Patriot Platform di Daniel “Danny Tommo” Thomas, ex militare e già collaboratore di Tommy Robinson, che negli ultimi mesi ha cercato di organizzare reti locali di attivisti anti-immigrazione secondo una logica diversa da quella delle tradizionali manifestazioni di piazza. Meno comizi e bandiere, più disciplina, anonimato, coordinamento e azione diretta. Dover, secondo le ricostruzioni emerse nelle ultime ore, non sarebbe stata affatto una protesta nata spontaneamente. Già la sera precedente gruppi di attivisti si sarebbero concentrati in un villaggio poco distante, per poi muoversi insieme verso il porto. La stessa uniforme nera e l’uso dei passamontagna rispondono a questa logica: non tanto folclore estremista, quanto costruzione di un corpo collettivo riconoscibile e allo stesso tempo anonimo.
La novità è precisamente questa. Una parte del fronte contrario all’immigrazione sembra avere iniziato a sperimentare le tattiche che per anni sono appartenute soprattutto alla sinistra radicale e ai movimenti ambientalisti: blocco delle infrastrutture, mobilitazioni rapide, uso aggressivo del diritto di protesta, ricerca deliberata del punto di attrito con le forze dell’ordine. Non più soltanto convincere qualcuno a Westminster, ma produrre fisicamente un problema politico.
Un modello nuovo di coordinamento e azione diretta
Da qui anche l’ambiguità del rapporto con Reform UK. Farage ha condannato i passamontagna e chiesto che le proteste restino pacifiche, ma non può certo condannarne la causa senza negare una parte fondamentale del proprio successo. Lee Anderson ha riconosciuto apertamente che non c’è da stupirsi se la popolazione reagisce contro chi entra illegalmente nel Paese. E Thomas, più che presentarsi come concorrente di Reform, ha già spiegato di considerare quella stessa rabbia popolare un potenziale bacino elettorale per Farage. Non siamo quindi necessariamente davanti a una destra extraparlamentare che sostituisce quella elettorale. Potremmo piuttosto assistere alla nascita di una divisione del lavoro: da una parte chi tenta di tradurre il conflitto sull’immigrazione in maggioranza politica, dall’altra chi vuole mantenerlo caldo nelle strade.
Patriot Platform può ancora rivelarsi un fenomeno effimero. Ma il dato politico resta. A Dover qualche centinaio di uomini è riuscito a bloccare per ore il principale porto britannico. A Portsmouth una mobilitazione si è formata praticamente in tempo reale attorno all’arrivo di un’imbarcazione di migranti. Il problema dell’immigrazione clandestina, insomma, non sta diventando più radicale perché qualcuno indossa un passamontagna. Sta diventando più radicale perché una parte dei britannici comincia a non credere più che basti votare qualcuno perché le barche vengano fermate.
Vincenzo Monti