Roma, 22 lug – La Treccani recita: “Sciacallaggio: nel linguaggio giornalistico, sc. politico, la ricerca di episodi compromettenti o scandalosi, veri o presunti, nella vita di personaggi politici a scopo di ricatto o per danneggiarne la reputazione e la carriera”.

Quindi il più autorevole vademecum della cultura italiana, non afferma che lo sciacallaggio si manifesti quando testate giornalistiche, giornalisti e cittadini comuni chiedono la verità su uno sconcertante fatto di cronaca, che altrimenti finirebbe sottotraccia come i precedenti. Ovviamente ci riferiamo allo scandalo sugli affidamenti dei minori di Bibbiano, e ai precedenti avvenuti nella comunità Il Forteto e nell’inchiesta “Veleno” portata agli onori della cronaca grazie al libro di Pablo Trincia.


Infatti diversi giornali, come La Repubblica, La Stampa, Left e Huffington Post hanno accusato di speculazione, strumentalizzazione a fini politici e pure di terrorismo, chi si sta battendo perché non cali un colpevole silenzio sull’inchiesta “Angeli e Demoni”. D’altronde silenzio sembra essere la parola d’ordine nelle succitate redazioni in merito ai fatti di Bibbiano (basta una semplice ricerca nei motori di ricerca di questi giornali).

Collegamenti, silenzi politici e coperture istituzionali di queste tre vergogne italiane, Bibbiano, Forteto e Veleno, saranno contestualizzate nell’inchiesta della sottoscritta, all’interno della rivista de Il Primato Nazionale di agosto. 

Concentriamoci però ora su chi, per anni, ha detenuto il monopolio della strumentalizzazione, ovviamente a fini politici e propagandistici. 

L’antesignano fu nel 2013, l’allora premier Enrico Letta, che per sua stessa ammissione, utilizzò le immagini dei migranti morti nel tragico naufragio del 3 ottobre a Lampedusa. Lo scopo era ammansire l’opinione pubblica italiana per il lancio dell’operazione Mare Nostrum.

La suddetta strumentalizzazione, in un solo anno, costò agli italiani 160.000 sbarchi di immigrati e agli immigrati circa 1.600 morti nel Mediterraneo. Mare Nostrum fu chiusa poi dalla solidale Unione Europea perché era troppo costosa per gli Stati membri e per il “pull factor” generato dalle navi militari italiane troppo prossime alle coste libiche, come affermò l’allora direttore di Frontex (Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera).

Nel 2015, diventò virale la fotografia del bambino curdo-siriano con la maglietta rossa ritrovato sulla spiaggia turca di Bodrum, morto nel tentativo di raggiungere illegalmente un’isola greca. Il piccolo Alan Kurdi divenne presto il simbolo dell’immigrazione verso l’Europa, spingendo addirittura Angela Merkel all’accoglienza di circa un milioni di siriani, con le note conseguenze che poi sono seguite.

Le immagini del corpicino di Alan, sdraiato sulla battigia, sono state strumentalizzate in ogni modo umanamente concepibile: dalle magliette rosse usate come vessillo per chiedere i “porti aperti”, passando per i murales nelle città europee, fino al nome dato alle nave umanitaria di Sea-Eye. La sua immagine, vilipesa e abusata, è tornata in auge recentemente, dopo il ritrovamento nelle acque del Rio Grande, dei corpi di Oscar Alberto Martinez e di sua figlia Angie Valeria.

La tragica morte di Alan, ci porta direttamente al luglio del 2018, a quello che ancora oggi rimane uno dei salvataggi più discussi e poco trasparenti per le modalità in cui è avvenuto: il ritrovamento della naufraga Josefa fatto dalla ONG spagnola, Proactiva Open Arms.

Tre reporter a bordo, un cameraman e la star della NBA, Marc Gasol, non hanno sortito l’effetto desiderato, come poi ammise Annalisa Camilli de L’Internazionale, assoldata come giornalista sulla Open Arms, nel suo articoloI morti dimenticati dell’Europa. Non siamo più scioccati dalle foto di bambini annegati’: “Abbiamo fatto molta strada dal settembre 2015, quando una fotografia ha risvegliato l’Europa dal suo torpore. L’immagine del corpo senza vita di un bambino siriano – Alan Kurdi – sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, è diventato un potente simbolo dell’esodo di migliaia di siriani in fuga dalla guerra civile e ha sottolineato l’urgenza di una risposta europea. (…) (Quell’immagine) Ha portato a operazioni di salvataggio nel Mediterraneo fatte da navi militari europee e da ONG indipendenti. (…) Quasi tre anni dopo, un bambino piccolo è morto allo stesso modo. Eppure le immagini del suo tentativo di salvataggio hanno avuto scarso effetto in tutto il continente”.

Nell’articolo, la Camilli si riferiva al bambino, ritrovato senza vita accanto ad una donna, sullo stesso gommone di Josefa. Paradossale e contrario ad ogni manuale di soccorso in mare, il piccolo è stato issato a bordo, come fosse un trofeo di caccia a favore di telecamere, prima della superstite.

Nel gennaio 2019, in piena campagna “restiamo umani” contro la stretta sull’immigrazione irregolare del Ministro Matteo Salvini, il fumettista Makkox (Marco Dambrosio) tira fuori dal cilindro la nota vignetta sul quattordicenne maliano “con la pagella cucita nella giacca”, ritrovato senza vita, in seguito ad un tragico naufragio dell’aprile 2015.

Makkox prese spunto dal libro della anatomopatologa Cristina Cattaneo, che si occupò di un progetto pilota per l’identificazione dei migranti morti nel Mediterraneo (circa 14.000 con i cosiddetti “porti aperti”). Ovviamente questa informazione passò sottotraccia quando fu pubblicata la vignetta di Makkox su Il Foglio, facendo presumere che il ragazzo fosse morto per colpa dei “porti chiusi” di Salvini, e non nel 2015 quando il Governo era guidato da Matteo Renzi. E il tweet dello stesso Makkox, “la pacchia”, irrobustì la mistificazione.

Quindi le morti di minori in mare sono state strumentalizzate chiaramente per propagandare ideologie politiche “no border” e per spingere i Governi verso l’apertura a politiche di accoglienza dei migranti. Fortunatamente per i bambini, i trofei da esibire sono stati rari perché, come sappiamo dalle statistiche, a sbarcare nei porti italiani sono stati quasi esclusivamente uomini di un’età compresa tra i 20 e i 30 anni.

I bambini sono diventati altresì un espediente delle ONG per fare “cassa”. Minori già chiaramente traumatizzati dopo la tratta sui barconi, sono stati fotografati a bordo ad uso e consumo dei donatori, come se questi bambini fossero merce da esibire alla mostra delle anime belle, per stimolare una sorta di tragico voyeurismo. Certamente un ragazzone di 80kg non avrebbe lo stesso impatto emotivo.

La sinistra e la stampa allineata, quella che ora colpevolmente tace su Bibbiano, non hanno strumentalizzato a fini politici solo le morti dei bambini migranti. Tutti ricordano i “bambini siriani gasati dal dittatore Assad” e le relative campagne di sensibilizzazione promosse per detronizzare il Presidente siriano: attacchi con gas sarin che sono poi stati tutti puntualmente smentiti dai rapporti degli esperti dell’OPAC (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche).

Ora sappiamo bene che ogni attacco chimico è stato sceneggiato dagli uomini della ONG britannica degli White Helmets, sodali dei cosiddetti “ribelli moderati/terroristi”. Il tutto è avvenuto altresì grazie alla strumentalizzazione di minori, usati come portabandiera della propaganda. Due su tutti: la piccola Bana Alabed, che poi si scoprì essere la figlia di un membro dei gruppi terroristici che all’epoca occupavano Aleppo est, e il biondo e rassicurante ragazzino di Douma, Muhammad Najem, avvolto nella bandiera dei ribelli, diventato l’ispiratore della campagna “tappiamoci la bocca” di Roberto Saviano (il copia-incollatore riporta sempre le fonti più attendibili).

I bambini dei video diffusi dagli White Helmets, definiti vittime degli attacchi chimici dell’esercito governativo siriano, sono diventati invece i martiri della propaganda contro il Presidente Assad. Come ha evidenziato il rapporto dello Swedish Doctors for Human Rights, “le procedure, a cui sono stati sottoposti i bambini, sono bizzarre, non mediche, non salvavita, e senz’altro controproducenti per il salvezza dei bambini” 

Tutti i video, pubblicati dagli White Helmets in merito a queste “bizzarre procedure”, sono stati tuttavia colpevolmente divulgati dai mainstream media internazionali e italiani, senza le opportune verifiche. Visto il successo propagandistico, i premi Oscar hanno continuato a martirizzare i bambini, da Khan Shaykhun fino a Douma, ovvero alla vigilia di ogni vittoria dell’esercito governativo siriano, a cui poi è seguita la liberazione di quelle zone dai terroristi jihadisti.

Possiamo concludere, affermando che lo “sciacallaggio” sulla pelle dei minori è buono e giusto quando riguarda determinati argomenti, come immigrazione irregolare e logiche neocolonialiste, tanto cari ad una certa parte politica, mentre diventa uno strumento squadrista e passibile di querela, quando si chiede di non far calare l’ennesimo silenzio su uno scandalo che ha come vittime i bambini. Riassumendo quindi, per quelli che si autodefiniscono “i buoni”, esistono bambini di serie A da immolare sull’altare della propaganda, e bambini di serie B da nascondere per evitare che siano riscontrate presunte responsabilità politiche e istituzionali.

Questa volta però “Parlateci Di Bibbiano” sarà difficile da censurare. “Il caso di Bibbiano è solo la punta dell’iceberg”, come ho scritto in un tweet ripreso da La Repubblica per screditarmi: infatti nella giornata del 20 luglio, settanta fascicoli sono stati riaperti dai giudici del Tribunale dei minori di Bologna, ovvero tutti i dossier sui minori trattati negli ultimi due anni dalla rete dei servizi sociali della Val d’Enza, dei quali il già indagato per “abuso d’ufficio e falsità ideologica”, Andrea Carletti sindaco Pd di Bibbiano, è delegato alle politiche sociali 

Francesca Totolo

Commenti

commenti

4 Commenti

  1. Sarebbe bello e giusto che i telegiornali per qualche giorno trattassero come primo titolo Bibbiano ed il resto dell iceberg che probabilmente sta dietro.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here