Roma, 29 ott – “Prima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti combattono. Poi vinci” affermava il Mahatma Gandhi, mentre “Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario” scriveva George Orwell nella prefazione de “La fattoria degli animali” riguardante la libertà di stampa. Gandhi e Orwell hanno descritto perfettamente quello che sarebbe successo settant’anni dopo per mano dei “maiali” detentori del potere elitario, ovvero quelli che ribadivano che “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

I burattini del pensiero unico dominante prima hanno ignorato le voci non allineate, sperando che rimanessero inascoltate, poi hanno cercato di screditarle e di combatterle, arrivando alla diffamazione e alla censura mediatica, finendo comunque per perdere la battaglia, non imbroccando nemmeno una vittoria elettorale.

I “maiali” hanno pure convogliato il malcontento politico verso un movimento che aveva come principale slogan il “vaffa”, ovvero il Movimento 5 Stelle, annullando poi il dissenso con l’accorpamento nel loro partito, il Partito Democratico. Lo scrissi già alla vigilia delle elezioni politiche del 2018 nell’inchiesta sul programma immigrazione grillino scritto dagli avvocati sorosiani di Asgi, avendolo già analizzato come modus operandi di George Soros in merito alle Primavere Arabe e alle Rivoluzione Colorate. I “maiali” hanno da sempre trovato terreno fertile nella televisione pubblica italiana, con la lottizzazione della Rai, ma ora questo fenomeno è palese al popolo italiano, come dimostrato dalla schiacciante sconfitta della coalizione giallofucsia in Umbria, sebbene l’appuntamento elettorale fosse stato preceduto da una campagna mediatica vergognosa contro i partiti dell’asse sovranista.

Report e la “fabbrica social della paura”

Ad una settimana dal voto infatti, Report manda in onda un servizio, condito di condizionali, sul mai provato Russiagate riguardante Matteo Salvini.  Lo stesso servizio parrebbe anche l’extrema ratio per silenziare quello che sta succedendo negli Stati Uniti, con il materiale raccolto dal ministro della Giustizia, William Barr, che vedrebbe implicati leader del Partito Democratico. Ma ormai, grazie al dilagare dell’informazione non allineata che combatte quotidianamente contro i “gatekeeper”, in Italia “ccà nisciuno è fesso”.

Prendiamo ora come esempio, riguardo alla condotta con la quale agiscono i “maiali”, il servizio di Report del 28 ottobre che mi vede come protagonista.

L'”esperto” Orloswki

L’esperto di propaganda online” chiamato da Giorgio Mottola per screditare la mia professionalità è Alex Orlowski, fino a qualche mese fa un semisconosciuto regista di Parma con domicilio a Barcellona, diventato poi il leader dei “facciamo rete” su Twitter con l’appoggio del santoriano Sandro Ruotolo e dell’“io ho più follower di Borghi e BagnaiRiccardo Puglisi. In televisione invece, è stato sdoganato dall’erede di Gabriele Paolini, Gad Lerner, durante la quarta puntata del suo programma flop “L’approdo” della primavera del 2019.

Da una veloce ricerca su Orlowski, si scopre che, dopo una non degna di nota carriera come resista, si tuffa nel mondo dei social network come attivista dei Radicali Italiani, partito da sempre finanziato dal solito Soros. Nel video registrato nel 2013, la fonte principale di Report asserisce che, grazie ai suoi “tools da 25mila euro all’anno”, può “portare giovani forze per amplificare le notizie e le battaglie” dei radicali, e di aver già partecipato a campagne elettorali all’estero.

Infatti, Alex Orlowski dichiarò che “senza la sua campagna web” il candidato presidente in Perù del 2016, Pedro Pablo Kuczynski, avrebbe perso le elezioni. Come spiega lo stesso Orlowski, lo scopo della campagna social era quello di accreditare Kuczynski come ricco uomo politico, con origini straniere, non corrotto, e di trasformare i like in voti, agendo soprattutto sull’elettorato giovane.

Fa quindi sorridere che, solo dopo due anni dalla sua elezione, Kuczynski sia stata costretto alle dimissioni, in seguito all’ennesimo scandalo sulla corruzione che lo vedeva protagonista e al voto sull’impeachment richiesto dal Parlamento peruviano, che avrebbe dovuto dichiararlo moralmente incapace. Insomma, non proprio una medaglia da millantare nel curriculum del “social marketing politico” Alex Orlowski. La trasmissione di Rai 3, con i soldi dei contribuenti italiani, ha cercato quindi di ribaltare “l’opinione corrente” (affermazione dello stesso Orlowski in merito alla campagna peruviana), cercando di screditare leader politici avversi e la sottoscritta.

Fango contro Totolo e Meloni

Sulla base solo di frasette al condizionale e di grafici secretati (li ho richiesti subito dopo la mia intervista, ma non mi sono mai stati inoltrati), Giorgio Mottola ha ipotizzato che, dietro al positivo engagement (interazioni sui social network) mio e di Giorgia Meloni, ci sia una rete di troll e account fasulli, creati per rendere virali i nostri post. Peccato che, come è noto, la viralità di un post si concretizzi solo quando i propri follower sono reali (se un fake condividesse un mio post, la condivisione si arresterebbe lì, visto che possiede al massimo 10 follower, spesso fasulli).

Ovviamente dopo l’inchiesta contro Salvini che non ha ottenuto i risultati sperati, la missione politica di Report era quella di trovare altri protagonisti della cosiddetta “fabbrica della paura”, made in Russia, che farebbero disinformazione in Italia. Sulla questione è intervenuta pure Repubblica, che citandomi come “attivista neofascista”, ha relegato l’inchiesta su Bibbiano come un “fatto di cronaca locale” che io avrei trasformato in una “psicosi collettiva”.

Tra i miei tweet incriminati, ci sarebbe anche quello riguardante Raffaele Ariano. In un post su Facebook dell’agosto 2018, l’ex blogger de L’Unità chiedeva esplicitamente l’epurazione di una capotreno, chiaramente esasperata, rea di aver chiesto ai molestatori a bordo di scendere dal treno. Ariano non ha mai espresso invece un misero messaggio di solidarietà verso i controllori che, quasi quotidianamente, subiscono violenze verbali e fisiche dagli immigrati.

Gli account fasulli di Report

Chiudiamo questo articolo con il proverbiale “tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”. Utilizzando SparkToro e Twitter Audit, tool che analizzano un campione di follower, si può facilmente verificare che l’account di Report abbia una percentuale altissima di profili fasulli che lo seguono, circa il 60 per cento.

Questo spiega il motivo dell’esercito di hater scatenati contro il mio profilo e quello di Giorgia Meloni, mentre il servizio che ci vedeva protagoniste non era nemmeno terminato.

Francesca Totolo

1 commento

  1. …. graziosissima e capace, stai sicura che la mer.. cadrà, inevitabilmente, su di loro… il tempo è galantuomo..

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