Roma, 16 lug – Il 2 luglio scorso, il veliero Alex della ONG italiana, Mediterranea Saving Humans, parte dal porto di Licata in direzione zona “ricerca e salvataggio” (SAR) della Libia. Dopo il fermo del vetusto rimorchiatore Mare Jonio, imposto dalla Guardia Costiera italiana per inidoneità al salvataggio in mare, il bislacco carrozzone, composto da esponenti di sinistra e dai centri sociali, ha dovuto locare il lussuoso veliero Benetti MS20 da Azzurro Charter, al costo di 1.200 euro al giorno, dotato di ogni confort per una confortevole crociera nel Mediterraneo.

Tra i numerosi sostenitori di Mediterranea, troviamo GUS – Gruppo Umana Solidarietà “Guido Puletti” Onlus, organizzazione non governativa che si occupa dell’accoglienza dei migranti (ospitò anche l’assassino di Pamela Mastropietro, Innocent Oseghale), con un fatturato di 31,5 milioni di euro all’anno. All’ex presidente di GUS, Paolo Bernabucci, vengono contestati 7 milioni di euro evasi (periodo 2011-2015) nel processo partito lo scorso giugno presso il Tribunale di Macerata, in seguito alle indagini della Guardia di Finanza sull’attività delle Onlus maceratesi. Bernabucci si dimise, dopo venticinque anni di presidenza, nel novembre 2018.

Un altro sostenitore di Mediterranea è lo Spin Time Lab, ovvero l’organizzazione sorta nel palazzo romano occupato nel 2013 dal movimento rosso per la casa Action. Allo Spin Time fu staccata l’elettricità dal gestore per una morosità di 300mila euro, utenza riattivata poi forzatamente dall’elemosiniere di Bergoglio, Konrad Krajewski. Non solo famiglie italiane e immigrate in emergenza abitativa nell’occupazione rossa: una discoteca che ospita discussi rave party, un ristorante, sale prova, e altre attività commerciali, tutto ovviamente abusivo e esentasse.

Torniamo alla missione nel Mediterraneo del veliero Alex, partita il 2 luglio. A bordo la solita delegazione della stampa allineata: Angela Caponnetto di RaiNews (già “crocerista” con il canone Rai nel 2018 sulla nave di Sea Watch), Marco Mensurati di Repubblica e Ilaria Solaini di Avvenire.

A bordo anche Giulia Berberi, definita dall’organizzazione “medico” del veliero Alex, ma come abbiamo documentato precedentemente la stessa è un’odontoiatra. Abbiamo altresì contattato l’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Genova, che ha confermato che avvierà le opportune procedure di verifica per “esercizio abusivo della professione medica” della Berberi. La stessa dichiarava apertamente ai reporter a bordo di Alex (con sottopancia “medico” nei video) di aver assistito, come medico, i migranti trasbordati il 4 luglio, con bollettini “medici” quotidiani: “Non possiamo resistere oltre, bisogna risolvere la situazione nel più breve tempo possibile. Le condizioni igienico-sanitarie sono al limite dell’emergenza: siamo 46 ospiti e 11 persone dell’equipaggio stipati in 18 metri di barca a vela. Molti dei migranti sono disidratati e malnutriti e hanno richiesto il mio intervento per problemi alle vie urinarie, mal di testa e mal di stomaco”.

Ora veniamo al particolare salvataggio del veliero Alex di Mediterranea, che sembra uscito da un episodio di “Ai confini della realtà”. Per ricostruire quello che è avvenuto al confine tra la zona SAR della Libia e quella maltese, ci affidiamo ai reportage dei giornalisti a bordo e ai post pubblicati sui social network:

  • Alarm Phone, la piattaforma che risponde alle chiamate satellitari dei migranti sui barconi (fondata dall’indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina Padre Mussie Zerai), segnala un gommone con una sessantina di persone al largo della costa di Zawiya (Libia). Alarm Phone afferma che un uomo a bordo ha contattato il centralino alle 23:20 del 3 luglio, e che il gommone abbia già iniziato a sgonfiarsi.

  • Angela Caponnetto nel suo reportage per “Articolo 21, liberi di…” afferma che i migranti sono “saliti su quel gommone azzurro – così come riferito da tutti i 59 inizialmente ammassati sulla Alex – alle 23 del 3 luglio”.

  • Sempre la Caponnetto in un video-intervista di RaiNews, afferma che James, migrante somalo salvato dal veliero Alex, “era nel centro di detenzione di Tajoura, in Libia” e sarebbe scampato, solo riportando qualche taglio, al bombardamento dell’esercito del Generale Haftar delle 2:00 del 3 luglio, perché in quel momento stava lavando le auto delle guardie libiche.

  • Mediterranea ha dichiarato di aver salvato il gommone, segnalato da Alarm Phone, alle 18.00 del 4 luglio, a circa 84 miglia nautiche a nord di Zawiya.

Vediamo perché è stato un salvataggio “ai confini della realtà”.

Innanzitutto sembra altamente improbabile che James, il migrante somalo intervistato da Angela Caponnetto, sia riuscito ad imbarcarsi su quel gommone partito alle 23:00 del 3 luglio da una spiaggia di Zawiya, senza possedere un prototipo di teletrasporto: James avrebbe dovuto percorrere circa 67 km via terra, senza soldi a disposizione per raggiungere il luogo di partenza (Tajoura-Zawiya), rintracciare il covo di trafficanti che aveva già pianificato di mettere in mare il gommone in serata, e recuperare i circa 3.000 euro della quota per il viaggio. Il tutto in sole 21 ore, fermo restando che sia partito immediatamente dopo il bombardamento del centro di detenzione governativo di Tajoura, avvenuto alle 2:00 del 3 luglio.

Ai confini della realtà” è anche la modalità dell’arrivo del gommone tra le accoglienti braccia del veliero Alex di Mediterranea, che in compagnia della nave Open Arms di Proactiva Open Arms, era praticamente fermo dal giorno precedente, a cavallo tra la zona SAR libica e quella maltese.

Come abbiamo documentato, intervistati dalla Caponnetto, i migranti asseriscono di essere partiti con il gommone alle 23:00 del 3 luglio da una spiaggia di Zawiya. Alarm Phone afferma di aver ricevuto, alle 23:20 del 3 luglio, una chiamata satellitare di emergenza perché il medesimo gommone si stava sgonfiando.

Come ha fatto quindi quel gommone, già con problemi di galleggiamento dopo 20 minuti dalla partenza, a percorrere in 19 ore ben 84 miglia nautiche, senza che lo stesso si inabissasse sotto il peso dei 59 migranti?

Quindi la domanda connessa è: chi ha aiutato quel gommone a percorrere quelle 84 miglia nautiche, quando sappiamo benissimo che quei natanti cinesi difficilmente riescono a superare le acque territoriali libiche (12 miglia), motivo per il quale le ONG si erano sempre più avvicinate alle coste nordafricane?

Un altro particolare che non torna nella narrazione delle ONG, Mediterranea, Proactiva Open Arms e Alarm Phone: Giulia Berberi, durante uno dei suoi bollettini “medici”, a SkyTg24 confessa che il gommone “in realtà era in buone condizioni”, e che il problema era l’arrivo della motovedetta della Guardia Costiera libica. Quindi non è stato un salvataggio come da “Legge Internazionale sul soccorso in mare”, ma un trasbordo che, come poi è stato, prefigura il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Versioni contrastanti e divergenti, che andrebbero tempestivamente chiarite dagli inquirenti preposti alle indagini.

Ultima curiosità: quando gli aerei militari (l’aereo polacco AN-28B1R “Pirate” della flotta di Operazione Sophia) pattugliano i cieli antistanti la zona SAR della Libia, le ONG (Proactiva Open Arms) tornano nei porti con le stive vuote (rotta della nave Open Arms dal 10 al 15 luglio).

 

Francesca Totolo

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