Roma, 25 apr – È sotto gli occhi di tutti o, almeno, di quanti non sotterrino la testa alla maniera dello struzzo: la lotta di classe al tempo del globalismo si presenta così anche come una conflittualità tra la openness finanziaria del ceto dominante cosmopolitico e l’autonomia nazionale del polo dominato nazionale-popolare.

Il primo aspira all’apertura integrale del reale e dell’immaginario, in vista dell’onnidirezionale circolazione della forma merce, libera da barriere e da frontiere, da confini e da muri. Il secondo, invece, tutto l’interesse ha nel ripristino di confini e di limitazioni, di modo che lo spazio deregolamentato e sconfinato della merce venga normato dalla politica e – come lo appellava lo Hegel – il wildes Tier, la “bestia selvatica” del mercato sia disciplinata dalla società e in funzione dei concreti bisogni di quest’ultima. La forma merce non può tollerare l’esistenza di autorità che si pongano al di sopra di essa, né può accettare una democrazia in senso autentico, come spinoziana potenza collegiale di tutti e di ciascuno, con sovrana decisione del popolo sulle questioni fondamentali dell’economia e della politica. Per questo, l’open society è perennemente in lotta tanto contro ogni autorità che non sia quella del mercato globale (in nome della deregulation da punto di vista della Destra del Danaro e in nome dell’anarchismo libertario dal punto di vista della Sinistra del Costume), quanto contro ogni concezione della democrazia che non sia quella che la intende falsamente come semplice libertà del mercato e dei suoi agenti. La turbosorosiana open society postmoderna e globalizzata viene, così, a coincidere con lo spazio globale e sconfinato del mercato deregolamentato, ove tutto – merci e persone mercificate – circola senza impedimenti e secondo la logica della valorizzazione del valore.

L’ideale dell’imprenditore cosmopolita

La free trade zone dello spazio aperto senza confini si presenta, secondo l’ordine ideologico, come universalmente buona e giusta, quando tale è solo per i signori del turbocapitale,  ossia per i “mercanti di futuro” (Carlo Formenti) che in esso trovano il terreno ideale per il loro trionfo di classe e, dunque, per il massacro univoco ai danni degli sconfitti della mondializzazione. In sintesi, l’ideale dell’imprenditore cosmopolita consiste nel disporre a) di manodopera flessibile e dislocata, sciolta da vincoli etici come la famiglia o territoriali come la cittadinanza, e b) di una rete di circolazione aperta e senza confini, composta da autostrade e porti aperti, aeroporti e piste libere, utilizzabili senza restrizioni. Il suo massimo timore, per converso, è a) di subire un blocco parziale o totale della disponibilità della forza lavoro, causato da scioperi o da protezioni sindacali e statali, e b) la chiusura delle vie di circolazione (autostrade con dogane, porti controllati, piste d’atterraggio regolamentate). È questa la nuova composizione del conflitto di classe nel tempo della “glebalizzazione” e della open society. È su questo terreno che deve organizzarsi, nella cultura e nella prassi, il conflitto. Come avrebbe detto lo Hegel: hic Rhodus, hic salta!

Diego Fusaro

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