Roma, 12 lug – I boriosi pretoriani del pensiero unico politicamente corretto ed eticamente corrotto hanno ora calzato le magliette rosse, per sentirsi umani si affrettano a precisare. Per aprire i porti, ossia per realizzare il sogno della mondialista classe dominante turbofinanziaria. “Porti aperti!”, urlano all’unisono. Citando Soros, forse senza neppure saperlo. Eppure dinanzi ai massacri perpetrati ai danni dei lavoratori, dinanzi all’ecatombe degli imprenditori nazionali ad opera del mondialismo infelice, non ebbero nulla da dire. La loro noia patrizia non fu nemmeno scalfita. La riforma lacrime e sangue della Fornero parve loro cosa giusta e buona: ce la chiedeva l’Europa. Indignazione e umanità a correnti alternate, dunque. Ma ipocrisia rigorosamente a senso unico. Tra i firmatari del manifesto antifascista vi fu, a suo tempo, l’immenso Benedetto Croce. A firmare il nuovo manifesto degli intellettuali anti-Salvini troviamo invece cantanti del politicamente corretto, aedi del mondialismo sonoro e musici del cosmomercatismo liberal-libertario. Non v’è altro da aggiungere, davvero. Solo una risata zarathustriana. Nella speranza che tale risata sia sufficiente a coprire il chiasso di questi musici “impegnati”: impegnati a difendere lo status quo e a diffamare tutto ciò che ad esso non sia organico.

Lo sappiano oppure no, essi lavorano, come si diceva una volta, per il re di Prussia: aggiornando il discorso, lavorano per i sovrani cosmopoliti del capitalismo no border. Al quale forniscono la legittimazione ideologica e al quale vendono il loro capitale culturale.

Ad esempio, dai loro sontuosi attici e con le loro magliette rosse, si ostinano a chiamarla (e a santificarla come) immigrazione di massa: è deportazione neocolonialistica di forza lavoro a basso costo, voluta dalla Destra liberista del Danaro e glorificata dalla Sinistra libertaria del Costume.

Disceso dal sontuoso attico di Nuova York, con lucido sguardo, il bardo del cosmopolitismo ha calzato una maglia rubiconda, di pregevolissima fattura, forse in pura seta del lontano Oriente. Ha solidarizzato in stile lacrimevole (il “batticuore per l’umanità”, come lo chiamava lo Hegel) coi popoli lontani, gli stessi forse che in miserande condizioni avevano lavorato per produrre suddetta maglia. E ora apprendiamo che oltre alla noia patrizia, sia pure inframezzata da titillevoli aragoste e inebrianti tartufi (rigorosamente bianchi), sul sontuoso attico di Nuova York, v’è anche il taedium vitae che si effonde, con rolex sgargiante, dai liguri palagi di Portofino. Non v’è limite. Né altro da aggiungere.

Diego Fusaro

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