Quali sono le dipendenze comportamentali? Ne conosciamo alcune forme, di cui si sente spesso parlare. Il gioco d’azzardo può diventare così difficile da controllare da occupare tempo, pensieri e risorse, con conseguenze sul lavoro, sugli affetti e sulla salute.
Anche l’uso di videogiochi, social e smartphone può diventare problematico, ma non tutte queste situazioni corrispondono a una dipendenza riconosciuta sul piano clinico. Nel disturbo da gioco d’azzardo, in particolare, sono stati osservati meccanismi neurobiologici in parte condivisi con quelli coinvolti nelle dipendenze da sostanze, pur con differenze importanti.
Cosa sono le dipendenze comportamentali
Si parla di dipendenze comportamentali quando determinati comportamenti ripetitivi diventano difficili da controllare e vengono mantenuti nonostante le conseguenze negative. Non tutti i comportamenti problematici, però, costituiscono una dipendenza in senso clinico.
Il disturbo da gioco d’azzardo è una delle forme più chiaramente riconosciute nei manuali diagnostici. Anche il disturbo da gioco (gaming disorder) è riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità nella classificazione ICD-11. Altre espressioni, come “dipendenza da internet”, vengono invece utilizzate in modo più ampio per descrivere difficoltà legate all’uso di dispositivi e servizi digitali, senza identificare necessariamente una diagnosi specifica.
La persona sente un bisogno pressante di ripetere l’attività, faticare a limitarla o interromperla e dedicarle sempre più tempo ed energie, sottraendoli al resto della vita. Per parlare di un disturbo è però necessario considerare anche la gravità del comportamento, la sua persistenza e l’impatto sul funzionamento quotidiano.
Il meccanismo neurobiologico condiviso con le dipendenze da sostanze
Nelle dipendenze comportamentali vengono coinvolti i circuiti cerebrali coinvolti nella ricompensa, nella motivazione e nell’apprendimento. La dopamina partecipa a questi processi: associarla soltanto alla sensazione di piacere sarebbe una semplificazione.
Gli studi hanno individuato alcune somiglianze con le dipendenze da sostanze. Quando un’attività viene associata a una ricompensa, o all’attesa di ottenerla, può diventare più probabile ripeterla. Nel disturbo da gioco d’azzardo, un problema ormai frequente anche tra i giovani, tra i possibili segnali c’è anche il bisogno di puntare somme crescenti per provare la stessa eccitazione.
Le principali forme: gioco d’azzardo, sesso, web, relazioni
La forma più studiata è il gioco d’azzardo patologico, che si manifesta quando la persona gioca in modo compulsivo, insegue le perdite, spesso non condivide realmente quanto scommette, e non riesce a fermarsi.
Si trovano poi i comportamenti sessuali ripetuti e incontrollati che rientrano nella dipendenza sessuale; vengono vissuti come un bisogno impellente, quindi occupano tempo e pensieri sottratti ad altro.
La dipendenza da web e tecnologia comprende l’uso compulsivo di internet, dei videogiochi, dei social. Il mondo online diventa il centro attorno a cui ruota tutto, a scapito della vita fuori dallo schermo.
Quando invece la persona sviluppa un legame caratterizzato da un bisogno costante di conferme e una paura dell’abbandono che condiziona ogni scelta, si parla tendenzialmente di dipendenza affettiva.
Criteri diagnostici e inquadramento nel DSM-5
Il DSM-5-TR, il manuale diagnostico di riferimento per la psichiatria, include il disturbo da gioco d’azzardo tra i disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction. È l’unica dipendenza comportamentale formalmente inserita in questa categoria del manuale.
Il disturbo da gioco su internet (Internet Gaming Disorder) compare invece nella sezione dedicata alle condizioni che necessitano di ulteriori studi, e non costituisce una diagnosi ufficiale nella classificazione principale del DSM-5-TR.
La classificazione dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’ICD-11, riconosce invece sia il disturbo da gioco d’azzardo sia il disturbo da gioco (gaming disorder) tra i disturbi dovuti a comportamenti di dipendenza.
Altre condizioni, come il disturbo da comportamento sessuale compulsivo, sono riconosciute nell’ICD-11 ma appartengono a categorie diagnostiche differenti.
Il dibattito scientifico, su questo, resta aperto. Ricercatori e clinici discutono da tempo su quali comportamenti debbano essere classificati come vere dipendenze e su quali criteri utilizzare per distinguere un’abitudine problematica da un disturbo clinico.
Segnali di allarme: quando un’abitudine diventa un quadro clinico
La linea che separa un’abitudine da un problema presenta tendenzialmente dei segnali, come la perdita di controllo. La persona vorrebbe ridurre o smettere, ci prova, e non ci riesce. Il comportamento sfugge alla sua volontà.
Poi c’è il craving, il desiderio pressante e irresistibile di mettere in atto l’attività. Un pensiero che torna, invade la mente, toglie spazio a tutto il resto. Segue la compromissione funzionale. Il lavoro ne risente, le relazioni si logorano, la salute e le finanze iniziano a soffrire. La vita, insomma, si restringe attorno al comportamento. L’ultimo segnale è la persistenza nonostante le conseguenze. La persona continua anche quando sta iniziando a comprendere le conseguenze delle azioni ripetute.
L’impatto sul contesto familiare e relazionale
Una dipendenza comportamentale può avere effetti anche sulle persone vicine a chi ne soffre. Il partner e i familiari possono attraversare periodi di preoccupazione, stanchezza o incertezza; in alcune situazioni emergono difficoltà economiche e tensioni nei rapporti. Anche i figli possono avvertire il clima teso in casa, pur senza comprenderne le cause.
La famiglia può risentire, dunque, delle conseguenze della dipendenza, ma può anche offrire un sostegno importante durante la cura. Quando è possibile, coinvolgere i familiari nel percorso di cura può aiutare a comprendere meglio ciò che sta accadendo e a trovare modi più sostenibili di affrontarlo. Anche i loro bisogni meritano ascolto: la responsabilità del trattamento non ricade sulla famiglia.
Come avviene la presa in carico specialistica
Tutto parte da una valutazione. Il percorso non è identico per ogni dipendenza, né lo è per ogni persona, ma in genere si viene valutati da un team multidisciplinare, perché la dipendenza tocca la mente, il corpo, le relazioni e la vita pratica.
Solamente in seguito viene strutturato un percorso su misura, organizzato per fasi. Prima si stabilizza la situazione, poi si lavora poi si lavora sui fattori personali, emotivi e relazionali associati al comportamento. Infine si consolidano i risultati, per prevenire le ricadute.
Ad oggi si trovano numerose realtà specializzate, come l’Istituto Europeo delle Dipendenze (IEuD), che lavorano con diverse competenze cliniche e si mettono a disposizione dei pazienti e delle famiglie.