Roma, 20 apr – «Senza azioni raccolte e custodite nel cuore c’è l’inedia», scriveva Ezra Pound nel suo canto 83. Un verso in cui c’è tutta la vocazione etica di questo poeta che fu molto più di un poeta: le azioni, perché si tratta sempre di un’etica incarnata, fattuale; la custodia nel cuore, cioè la necessità di far “decantare” queste azioni, la capacità di farne un tesoro interiore; il rischio dell’inedia, infine, il disseccarsi dell’interiorità in assenza di un adeguato nutrimento spirituale. È da questo lavorio interiore, da questo sforzo etico incessante, da questa necessità di non far mai calare la tensione interiore, la disciplina che si impone a se stessi, che nasce il Pound capace di seguire con assoluta tranquillità i partigiani venuti a prelevarlo nella sua abitazione, al termine della guerra, ai quali dirà la sua frase più famosa: «Se un uomo non è disposto a rischiare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale nulla lui».

Anima, bella o deforme?

I riferimenti etici fondamentali di Pound sono plurimi: Confucio, ovviamente, ma anche Aristotele e Mazzini. C’è la sobrietà austera e laboriosa della Roma antica («La vigorosa etica nordicissima di Confucio e Menzio corrisponde in gran parte all’atteggiamento romano. È più benigna che non la stoica, ed è “più cristiana”»). Ma c’è anche un certo filone cattolico, legato in particolare alla figura del teologo medievale Riccardo di San Vittore, approfondito dal poeta proprio negli anni del St. Elizabeth. I Pensieri sull’amore del priore dell’abbazia benedettina di San Vittore, a Parigi, furono anche tradotti da Pound. Anima formosa est aut deformis ex voluntate sua, dice, per esempio, il teologo, ovvero: «La bellezza o la deformità dell’anima dipende dalla volontà». Che è esattamente il fulcro della concezione etica di Pound, basata sullo sforzo per direzionare la propria volontà verso la forma. Quindi verso l’unità, contro la dispersione dell’ego in frantumi, così tipica dell’epoca moderna. Felicem cui datum est dispersiones cordis in unum colligere, «felice colui che può raccogliere i frammenti del cuore in unità», scrive invece Riccardo di San Vittore. Di nuovo il cuore al centro, muscolo etico e centro del ri-cordo, cioè della custodia del bene fatto.

L’Asse che non vacilla


Per il cuore passa anche l’asse metafisico attorno a cui ruota l’ordine dell’universo. Chung yung, diceva Confucio, “l’invariabile mezzo”. Pound, tuttavia, traduce: “L’Asse che non vacilla”, con un’allusione politica che non sfuggirà ai militari statunitensi che, zelanti, distruggeranno tutte le copie del saggio confuciano tradotto dal poeta scambiandolo per un libello di propaganda. Quell’Asse era soprattutto metafisico, prima ancora che etico. È la centralità dell’universo, cui l’essere umano può riconnettersi per divenire uomo nobile, virtuoso, pienamente umano: «L’Asse è una norma trascendentale, non il mezzo aristotelico cui si perviene conoscendo ed evitando gli estremi, ma la “grande radice dell’universo” la cui comprensione significa incorporare un’energia rettificatrice che non consentirà mai l’allontanamento verso gli estremi».

Un’aurea medietà che non è mediocrità né compromesso, al contrario: è il vero trionfo della volontà, la fera disciplina spirituale applicata. Esagerare è da deboli, controllarsi è da forti. «Sovra-voler produce sovraeffetto», dice Pound nel canto 72. Il “Sovra-volere” rappresenta qui una volontà priva di centro, sovrabbondante e quindi ripiegata su se stessa, cannibale, autodistruttiva. È lo strafare, lo scatto bruciante che non vedrà mai il traguardo. Ugualmente, nel canto 13 leggeremo queste parole attribuite a Confucio: «Chiunque può oltrepassare, facile è tirare oltre il segno difficile è tenersi nel centro». Tradire il cuore è tradire se stessi, il proprio miglior sé. È cedere al non essere, se è vero, come scrive Pound nel canto 80, che nell’amore è la chiave dell’essere: “Amo ergo sum”.

Adriano Scianca

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