Roma, 15 mar – Lo confesso: comincio a non sopportare più i dibattiti infiniti sul fatto che Benito Mussolini abbia o non abbia fatto “cose buone” e non solo per l’evidente portata elettoralistica dell’ultima boutade in merito (nelle vicinanze del voto la destra moderata, chissà perché, si riscopre sempre un po’ meno moderata), ma anche e soprattutto per il livello infimo a cui viene trascinata la discussione.

Certo, cinicamente fa sempre piacere assistere all’ennesimo avvitamento su se stessa della sinistra, che a una banalità immediatamente compresa e sottoscritta dalla stragrande maggioranza degli italiani – “Mussolini ha fatto anche cose buone” – risponde posizionandosi automaticamente agli antipodi, sostenendo che no, il duce non fece mai nulla di buono, neanche per sbaglio. Qualcosa che è difficile da ammettere, anche per molte persone di sinistra con un minimo di onestà intellettuale. Ma di questi tempi va così: la sinistra è costretta a un eterno e impossibile tentativo di rimonta, giocando sempre la partita secondo lo schema impostato dagli altri.

Detto questo, tuttavia, sarebbe bello che tutti, mussoliniani, antimussoliniani e tutti quelli che a vario titolo si situano in mezzo, provassero a fare un passo ulteriore rispetto al “ha fatto/non ha fatto anche cose buone”. Che poi, “buone” per chi? Buone per i fascisti? Buone per gli antifascisti? Buone a partire da quale presupposto, da quale scala di valori, in relazione a quale obbiettivo politico? È del tutto evidente che un’azione politica che è “buona” per distruggere le “demoplutocrazie” non lo è altrettanto se ci si prefigge di abbattere la divisione del lavoro e instaurare la società senza classi.

Oltre il “buonsenso” salviniano e la religione dei diritti

Ma per comprendere questa banale constatazione occorre fare un grande passo al di fuori della spoliticizzazione che domina oggi il dibattito e che ha la sua espressione di destra nel culto salviniano del “buonsenso” e la sua espressione di sinistra nella religione dei “diritti”. In entrambi i casi, l’essenza della politica, che la conflittualità, viene esorcizzata e prosciugata con il ricorso a un presunto obbiettivo comune a tutti, il solo possibile, l’unico ammesso. Il “buonsenso” è infatti per definizione uno, unico per tutti, e lo stesso accade con i “diritti”, che sono scritti in qualche cielo platonico e che la politica dovrebbe semplicemente far discendere sulla terra con misure standard.

E invece la politica è volere cose diverse, avere differenti idee della società, contrapposizioni di opposte scale di valori, genealogie, riferimenti, programmi, progetti. Se si capisce questo, si comprende anche quanto sia impossibile dire, di un politico, che ha fatto anche “cose buone”, senza spiegare buone rispetto a cosa.

Un diverso livello di comprensione

Ma in genere non la si fa così complicata, chi la butta sulle “cose buone” del duce parla delle bonifiche, delle infrastrutture, delle misure sociali. Il che però, a ben vedere, non sposta di molto il problema. O davvero crediamo che, dopo 20 anni passati a discutere di Tav, le infrastrutture siano qualcosa di politicamente neutrale? Quanto alle bonifiche, lo storico americano Frank M. Snowden vi ha visto un esperimento di natura biopolitica, dai tratti già esplicitamente razzisti. Sulle politiche sociali, poi, da sempre il dibattito è vivace: una politica sociale “buona” per Hayek è tale anche per Lenin?

Questa logica della complessità, ovviamente, fa a pugni con la semplificazione che esige ogni propaganda. E sia. Un diverso livello di comprensione, però, deve a un certo punto scattare, almeno in qualcuno. Altrimenti si corre il rischio di esigere da Mussolini delle politiche che siano “buone” anche per Tajani.

Adriano Scianca

1 commento

  1. Hai perfettamente ragione.
    Quello che ha fatto il Duce in quindici anni di vero potere (dal 1925 al 1940) fino a quando gli americani e i loro reggicoda inglesi abbattessero il regime.

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