Roma, 12 lug – Continua con notevole successo la campagna pubblicitaria per Altaforte da parte di Christian Raimo, che dopo essere stato artefice dell’esclusione della casa editrice dal Salone del libro di Torino, con annessa esplosione di visibilità, ora decide di dare lustro, sulle colonne dell’Espresso, al primo libro pubblicato dal marchio creato da Francesco Polacchi: La nazione fatidica, il cui autore è il qui presente scrivente.

Raimo e i sovranisti

Stavolta si parla di Dante Alighieri e di una presunta volontà “sovranista” di accaparrarsi l’autore della Divina Commedia. Il tutto intitolato, senza troppa fantasia, Giù le mani da Dante (esiste una frase che sia stata scritta e pronunciata più volte, nei lidi della sinistra colta, di “giù le mani da”?). Strani animali, questi sovranisti: ignoranti come capre, volgari, stupidi, ma poi capaci di basare la propria strategia gramsciana addirittura sull’appropriazione di Dante. Purtroppo, come spesso accade quando Raimo parla della destra, la realtà è molto più avvilente di come non la descriva lui per denunciarla e, in effetti, il De Monarchia non sembra essere esattamente il livre de chevet degli attuali governanti e neanche dei loro consiglieri.


Nel suo articolo – che di fatto è un capitolo del suo nuovo libro, che recensirò nel prossimo numero del Primato Nazionale cartaceo e di cui Matteo Fais ha già scritto su questo sito – Raimo cita il capitolo che ho dedicato a Dante nel mio libro sull’identità italiana, citando tuttavia solo un passaggio marginale e senza entrare minimamente nel merito dei miei argomenti. È così piuttosto facile, per lui, dimostrare che “i sovranisti” utilizzino Dante in maniera decontestualizzata, come mera icona, simbolo generico di italianità. Troppo comodo accusare di decontestualizzare se, poi, il contesto, semplicemente, lo si omette.

Bisogna comunque dire che mi è andata meglio che al povero Alberto Mario Banti: almeno il titolo del mio libro Raimo l’ha azzeccato, quello dello storico, invece, da Sublime madre nostra, è diventato nell’articolo Sublime madre patria.

Il gioco delle tre carte

Detto questo, e a parte i riferimenti, del resto brevi, a chi scrive, l’operazione mostra il solito fiato corto. Lo stesso di quando si vuole imbarcare Antigone – paladina dei legami di sangue sotto la divina tutela del padre degli Dei Zeus – tra i punkabestia della Sea Watch. Lo stesso di quando si vuole fare del pio Enea alla ricerca della patria ancestrale da cui emigrarono i suoi avi un anticipatore dei flussi di oggi. Hanno una strana ansia di darsi dai natali nobili, questi progressisti, ma i tentativi risultano per lo più grotteschi. Soprattutto quando, dopo aver voluto sottrarre Dante ai sovranisti, ci si vuole abbeverare alle interpretazioni che di lui hanno dato… gli africani! (Raimo cita infatti «l’innegabile influenza plurisecolare che Dante ha avuto su artisti africani e asiatici e afroamericani»).

L’accusa di “appropriazione”, che in assoluto è comunque una boiata quando si parla della storia delle idee, ha peraltro maggiore attinenza con chi, ad esempio, ha voluto recentemente paragonare l’esilio dantesco con (sorpresa!) i flussi migratori rispetto a chi ne ha fatto un cantore della missione fatidica dell’Italia. Ma tant’è.

E alla fine risulta persino più credibile quell’organizzazione di ricercatori che, tempo fa, accusò la Divina Commedia di essere un ricettacolo di idee antisemite, islamofobe, razziste e omofobiche. Pericolosi fanatici, certo. Ma certamente più coerenti.

Adriano Scianca

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4 Commenti

  1. A raimo , vedi che il pusher ti sta fregando , ti dà robaccia tagliata male , e magari è un negrone che legge dante ! Tu “prendente” …..

  2. Mi raccomando, continuate a dare visibilità a quelli come Raimo… Questi figuri non sono più in sintonia con la gente e cercano solo di provocare. Ma vi sembrano argomentazioni degne di essere prese sul serio? È così difficile non menzionarli neanche?

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