berluRoma 28 mar- Vent’anni fa si tennero le elezioni che dovevano portare alla nascita del primo governo Berlusconi. Tutto era iniziato il 26 gennaio 1994, con la famosa “discesa in campo”. Discesa in campo all’epoca voluta e sponsorizzata da un cocktail di politici avviati sul “viale del tramonto”, in primis Bettino Craxi (di cui sono noti i rapporti di sincera amicizia che da sempre lo hanno legato all’imprenditore brianzolo), preoccupati di trovare un’alternativa al Pentapartito di cui ormai, in piena bufera Mani pulite, gli italiani non si fidavano più, e da affaristi più o meno rampanti e/o spregiudicati come Dell’Utri e Confalonieri.

Nato dai club dell’Associazione Nazionale Forza Italia, il nuovo partito ottenne il primo inaspettato successo elettorale grazie alla sponda della Lega e del MSI di Fini, ma soprattutto con una martellante campagna elettorale sulle varie reti TV di proprietà del Cavaliere. Nel dicembre dello stesso anno, in seguito ad una violenta polemica sulla sua presunta appartenenza alla mafia, Bossi ritira il suo appoggio costringendo Berlusconi a presentare le proprie dimissioni all’allora Presidente della Repubblica Scalfaro.

Di lì gli alti e bassi del Cavaliere si sono succeduti senza sosta: dopo quasi dieci anni all’opposizione, nel 2001 la Casa delle Libertà (nuovo contenitore che raggruppava tutte le anime del centrodestra italiano) ottiene la vittoria dando il via al governo Berlusconi II. Crisi di governo nel 2005, rimpasto e Berlusconi III. Nel 2006 il sorpasso di misura di Prodi. Nel 2008 nascita del PdL, minestrone in cui periscono gli ultimi sussulti identitari di AN e varie altre sigle minori, nuovo governo del centrodestra, liquidato nel 2011 dall’avvento dei tecnocrati. Sconfitta nel 2013, con la nomina a senatore. Il sipario pare calato con la pena accessoria, nell’ambito del processo Mediaset, dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici. Ma il Cavaliere non ci sta e continua a proporsi come interlocutore di Renzi.

Con i suoi 3340 giorni come presidente del Consiglio è stato il politico italiano a ricoprire tale carica per più tempo in assoluto in periodo repubblicano. Alle spalle ha lasciato un’eredità complessa e non sempre facilmente schematizzabile secondo i dettami manicheisti del centrosinistra (che per vent’anni ha avuto un argomento sempre valido da spendere, presentandosi come schiera di novelli demopartigiani pronti a liberare la Nazione da una sorta di “mini Duce” da operetta.)

Su tutto, una politica estera che, se alle volte si è rivelata troppo prona alle pressioni estere, in primis durante il Berlusconi II, in piena amministrazione Bush, altre volte si è dimostrata capace di un qualche livello di spregiudicatezza. Accordi con Gheddafi che hanno sensibilmente rafforzato non solo e non tanto il controllo sull’immigrazione, quanto la presenza di imprese italiane, ENI in testa, sulla “quarta sponda”, presenza che si è cercato, specie da parte francese, di sradicare con l’intervento del 2011. L’avvicinamento alla rinascente Russia, cercando di farne un partner sempre più presente. Lo stesso atteggiamento da animatore di crociera che nel 2009 ha portato Medvedev e Obama a darsi pacche sulle spalle e a ragionare in termini più pacati in un momento di tensione tra Russia e Usa.

Resta, nonostante tutto, un politico che ha segnato la storia repubblicana e che ancora oggi è ben lungi dall’essere uscito di scena. La sua stessa presenza ha scardinato alcuni meccanismi consolidati e diversi apparati di potere, più per circostanze oggettive che per un effettivo piano politico che forse non c’è mai stato. Dopo la stretta usuraia del 2011 rischiamo di ricordare l’era berlusconiana come una parentesi di relativa libertà, in un senso del termine molto diverso da quello che il Cavaliere dà a questa parola. Resta il rimpianto per una stagione politica in cui a destra si è distrutto molto e costruito pochissimo, nonostante la congiuntura favorevole. Ma questa, più che di Berlusconi, è una colpa che portano sulle spalle i suoi miracolati.

Valentino Tocci

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