berlusconi-bandanaRoma, 6 nov – Quando si accettano i termini e la logica altrui si finisce col subirne il discorso e ci si lascia placidamente guidare da chi conduce i giochi. Accettare una situazione simile è legittimo ma, specie in politica, controproducente e sintomo di debolezza e sudditanza.

Fino a qualche mese fa Salvini e in misura minore i suoi alleati radicali erano riusciti a imporre nel dibattito politico nazionale i propri temi e le proprie priorità, aiutati in questo dalla realtà quotidiana e dal disagio crescente della gente comune.

Poco dopo il rientro dalla pausa estiva però si è notata una discontinuità crescente e un indebolimento della carica dirompente della proposta salviniana. Dai programmi televisivi ai giornali fino al confronto politico nazionale si è vista una marginalizzazione delle questioni scomode e una ripresa, almeno apparente, del ruolo di Forza Italia e dei tigrecosiddetti moderati di centro destra.

Questo coincide indiscutibilmente con l’accelerazione renziana e l’incredibile capacità del premier di mettere a tacere ogni opposizione interna a tutto vantaggio dei propri scopi politici.
Precisamente quello che la destra non ha saputo fare in passato e Matteo Salvini non è riuscito a fare ora.

Dopo l’incontro simbolico tra Renzi e il sindaco di Verona Tosi, il quale si atteggia a leghista dissidente conservando in tutto i tratti del trafficone democristiano, la forza del discorso del leader leghista si è annacquata lasciando spazio ad aperture inattese e ad ammorbidimenti incomprensibili.

Probabilmente all’interno della Lega Nord ci sono ancora, forti e influenti, correnti della vecchia scuola federalista e regionalista le quali rimpiangono i bei tempi del partito al 4% arroccato tra valli e monti. Ma dove la Lega vince, come il caso di Zaia in Veneto, lo fa non soltanto perchè unita agli “storici alleati” di centrodestra, ma soprattutto perchè si fa portavoce di messaggi forti, concreti e senza peli sulla lingua.

Fatto sta che da più parti si è pregato e invocato Silvio Berlusconi perché con la sua nobile presenza desse la benedizione e la santificazione alla piazza bolognese dell’8 novembre. Una Lega che partiva in posizione di forza e in fase di conquista politica si è rapidamente quietata e adagiata ai vecchi e inconcludenti schemi del centro destra a trazione ciellina e moderata.

Alla fine il semi-dio si è pronunciato e ha rassicurato i suoi adoratori. Amen.

Ritornare alle vecchie parole d’ordine di “centro destra”, “i moderati”, “casa delle libertà” e amenità del genere significa rinunciare a quanto di innovativo e positivo stava prendendo piede nel corso salviniano: apertura non retorica a istanze sociali e operaie, tutela delle piccole e medie imprese, sovranità nazionale, stop all’immigrazione e affermazione dell’identità culturale italiana. Cosa potrà restare di tutto ciò sotto il “nobile” patrocinio di un leader politico che ha appoggiato Renzi nei momenti di difficoltà ed ha aperto a ogni genere di riforma antinazionale?

Se si vuole parlare di destra in Italia il primo passo è farla finita con la destra, rompere gli indugi e rigettare i vecchi schemi. A meno di errori di previsione, si profila una avvilente fase di stagnazione che solo un grande balzo in avanti (altro che fughe) potrà scompaginare e superare. Ma chi vorrà lasciarsi alle spalle la zavorra, rischiando la quiete della palude per l’incertezza dell’avventura politica?

Forse la chiave di tutto è la personalizzazione della politica, un fattore decisivo ben oltre i vecchi simboli e le vecchie prospettive.

Francesco Boco

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