Roma, 13 mar – Non si placano le polemiche per l’accordo tra Italia e Cina sulla Nuova Via della Seta, l’accordo economico e commerciale Belt and Road Initiative (Bri). Dalle nuove tensioni nel governo, con i dubbi espressi in particolare da Salvini e Giorgetti, alle preoccupazioni degli alleati “storici” come Ue e Usa, con il segretario di Stato americano Mike Pompeo che ha invitato l’Italia a “pensarci bene prima di firmare un tale accordo”. E così il premier Giuseppe Conte veste di nuovo i panni del pompiere e in una intervista “fiume” al Corriere della Sera cerca di rassicurare un po’ tutti quanti, difendendo però in sostanza l’accordo e non rimettendolo in discussione come aveva ventilato solo ieri la compagine leghista di governo. “Non ci sono ragioni ostative per non finalizzare il lavoro compiuto in questi mesi”, chiarisce subito Conte.

Nessun “colonialismo” cinese

Nel resto dell’intervista, oltre a ribadire fino allo sfinimento la collocazione geopolitica dell’Italia nell’alleanza atlantica, assicura che si tratta “solo” di un accordo commerciale e non di una porta aperta alle mire coloniali di Pechino. “L’Italia fisserà con la Cina una cornice di obiettivi, principi e modalità di collaborazione nell’ambito dell’iniziativa Belt and Road, un importante progetto di connettività euroasiatica cui il nostro Paese guarda con lo stesso interesse che nutriamo per altre iniziative di connettività tra i due continenti. Il testo, che abbiamo negoziato per molti mesi con la Cina, imposta la collaborazione in modo equilibrato e mutualmente vantaggioso”.

Tra le righe Conte sottolinea una certa ipocrisia di alcuni partner europei che, pur avendo intese e rapporti commerciali molto più sviluppati con la Cina rispetto all’Italia, adesso si preoccupano per l’accordo tra Roma e Pechino. “Rispetto ad altri Paesi, europei e non, che hanno avviato da anni collaborazioni importanti con Pechino in materia di connettività, l’Italia formalizza in modo trasparente la cornice entro cui avviare questa collaborazione”, spiega il premier che lancia una stoccatina alla Germania.

L’ipocrisia di Berlino

“Con Pechino dobbiamo riequilibrare la bilancia commerciale, attraverso un maggior accesso al mercato cinese per i nostri beni, dall’agroalimentare al lusso, e per i nostri servizi, e qui mi riferisco all’eliminazione delle barriere al mercato degli appalti in Cina. Tra i partner Ue siamo solo il quarto esportatore verso la Cina, a grande distanza soprattutto dalla Germania. Riponiamo massima attenzione alla difesa dei nostri interessi nazionali”.

“Da un lato, i nostri porti, penso a in particolare a quelli di Genova e Trieste, possono candidarsi al ruolo di terminali, in Europa, per la nuova Via della Seta. Si tratta di un’opportunità che potenzialmente giova a tutto il Mediterraneo, visto che nel Mare Nostrum transita ancora una parte consistente del commercio globale. Parlo dei porti perché il terminale ferroviario della Belt and Road è già individuato in Germania, a Duisburg, a riprova di una collaborazione tra Berlino e Pechino ben più avanzata della nostra”. 

Le tensioni nel governo

Conte poi minimizza i segnali arrivati da Washington “con gli Stati Uniti il dialogo e l’aggiornamento sono costanti”, ribadendo come l’alleanza atlantica sia “il pilastro fondamentale della nostra politica estera. Con gli Usa condividiamo gli stessi valori”.

Dunque per Conte nessun problema esterno con Usa e Ue e tensioni nel governo sotto controllo: “Il nostro governo ha sempre dimostrato di saper convergere sui temi decisivi per l’interesse del Paese, senza che ciò significasse compromettere le sensibilità delle forze politiche di maggioranza e così continuerà a fare nei prossimi anni, affidandosi sempre a un confronto trasparente”. Sarà, ma le pressioni degli Usa sulle figure più “ricettive” dell’esecutivo giallo verde si fanno sempre più insistenti.

Davide Di Stefano

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