Roma, 23 ago – Nella vita basta poco per divenire un eroe popolare: basta fare un discorsetto da beghina a Matteo Salvini facendogli la morale anche sul numero di volte cui si reca al cesso. Giuseppe Conte, premier per caso, lo ha fatto dopo essersi aggiudicato Palazzo Chigi vincendo alla lotteria. E dopo quattordici mesi passati a fingersi un premier che non è mai stato, l’ex professore si è voluto ergere a moralista contro Matteo Salvini e il suo modo di intendere la politica e la campagna elettorale.

Gli ammiccamenti di Conte al Pd

Così, il sessantacinquesimo governo della Repubblica Italiana si è concluso con una pallosissima arringa in cui il trovatello Conte spiegava ai senatori il bon ton della politica strizzando l’occhio al Partito Democratico a trazione renziana che spinge per un governicchio di transizione, ma anche a quel Movimento 5 Stelle che nelle ore precedenti alle comunicazioni al Parlamento gli aveva garantito appoggio e stima. E si tratta del Pd che incarna le peggiori dissolutezze denunciate dall’onestissima galassia pentastellata; e si tratta di quei grillini che hanno festeggiato la sconfitta della povertà grazie a una supposta dignità creata tramite decreto e l’elargizione di una paghetta chiamata reddito di cittadinanza.


Due visioni del mondo neanche troppo distanti l’una dall’altra (Montanelli diceva che la sinistra ama così tanto i poveri da moltiplicarli ogni volta che governa), ma i partiti in questione sono divisi da una crepa insanabile derivante dal bombardamento mediatico effettuato dai grillini contro chi rappresentava il sistema da abbattere. L’ormai ex premier non si è fatto mancare neanche l’assurda scenetta sull’utilizzo del rosario e della preghiera a Maria. Pensavamo che Conte fosse un giurista laico più appassionato al diritto che alle lectio magistralis sull’utilizzo dei simboli cristiani. E invece si è presentato per quello che è, un Saviano qualsiasi capace di alzar la testa solo quando gli adulti che lo sorvegliano appaiono distratti.

Ciò detto, la politica è l’arte delle imprese inverosimili, ma ci vuol una bella faccia tosta per sorridere ai due schieramenti dopo aver presieduto quello che i pensatori preoccupati definivano il governo più a destra della storia d’Italia. Ebbene, Giuseppe Conte questa faccia ce l’ha. E siccome al nemico non si deve lasciar la benché minima possibilità di recupero, è stato detto che egli somiglia a De Gasperi, così da insignirlo dell’onorificenza tipica di coloro che non si bastano da soli: quella per cui devi somigliare a qualcun altro.

Renzi: l’inciucio per non sparire

Per dirla con tutti i sepolcri imbiancati che da venticinque anni chiedono un paese normale, non è normale che una forza politica uscita stracciata da tutte le competizioni elettorali, locali e politiche, dell’ultimo anno e mezzo decida di stringere un accordo segreto col partito con cui ha condiviso quelle batoste. E non è affatto normale che rifaccia capolino sulla scena delle cose che contano un signore che si aggiudicò la segreteria del Partito democratico sull’onda demagogica del vaffanculo rottamatorio e del giovanilismo innalzato a unico parametro di valutazione, salvo poi essere smascherato come vecchia canaglia, la quale, nel nome della miglior tradizione, si è ingozzata le fette della torta del potere in modo oltretutto smaccato e pacchiano. È il Renzi, che oggi si ritrova a vogare in direzione inciucio solo grazie alla fedeltà dei parlamentari che misero piede in Transatlantico con le scorse elezioni, ma che verrebbero spazzati via dal ripulisti che Zingaretti ha voglia di fare. Salvarsi, dunque, per non essere rottamati in via definitiva. Ricattare per non essere dimenticato.

È ingordigia priva di qualsiasi programma, basata solo sulla ferma convinzione d’essere l’unica alternativa ai barbari, ossia a tutti gli altri. Lui e i suoi colonnelli lo stanno dicendo sin troppo chiaramente: non voterete fin quando non darete garanzia di votare come vogliamo noi. Sino a quel momento, che non arriverà, continuerà questo giochino insulso per cui la fetta minoritaria del paese indossa la maschera del supereroe e combatte quella maggioritaria criminalizzata solo per essere dall’altra parte della barricata. Si chiama complesso del migliore e ce l’hanno loro da sempre, sin da quando i partigiani erano tutti bravi e belli fino a quando le Brigate rosse erano meri compagni che sbagliavano, e anche ieri quando processavano Berlusconi per i suoi peccati veniali e pure oggi quando affibbiano l’etichetta di fascista a chiunque non si tinga il culo di arcobaleno.

Il punto vero, che è ciò che accomuna i due nuovi “compagni di merende”, è l’incapacità di rispettare seppur minimamente la bocciatura recapitatagli dal popolo sovrano, piegando il concetto di sovranità popolare al proprio volere e detestando la fetta maggioritario di elettori che da tempo immemore non vuol saperne delle loro amenità. Entrambi sono nati, in epoche diverse, col fine di tutelare i più deboli, e si ritrovano oggi arroccati nella loro sede al Nazareno e nella villa di Grillo per elaborare strategie strampalate su come scansare il giudizio impietoso di quello che ancora si chiama popolo sovrano. Non c’è più nessun proletariato, né nessuna piattaforma Rousseau dove coinvolgere l’elettore medio. Sono rimasti solo gli insulsi schematismi di chi non ha ancora trovato il coraggio d’ammettere di aver fallito.

Lorenzo Zuppini

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3 Commenti

  1. In un mondo di lillipuziani, o, peggio, di scarafaggi… Anche un nano, o un bimbetto di tre-quattro anni è un gigante…..

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