Roma, 11 gen – Non è un momento felice per Luigi Di Maio. Sempreché il capo politico del M5S ne abbia mai vissuti, di momenti felici, da quando è stato varato il governo gialloverde. In effetti, incalzato da Fico e schiacciato da Salvini, il povero Di Maio sembra il classico vaso di coccio tra vasi di ferro. L’allarme definitivo è scattato l’altro ieri, allorché gli uomini del suo staff gli hanno annunciato, con le facce funeree, un dato più che preoccupante: nel braccio di ferro tra lui e Conte da una parte, e Salvini dall’altra, in merito agli immigrati sbarcati a Malta, i social si erano sbilanciati pesantemente verso il leader della Lega. Tanto che al vertice di chiarimento a Palazzo Chigi, avvenuto mercoledì notte, Conte e Di Maio avrebbero chiesto a Salvini: «Ma cosa hai messo in moto contro di noi?». Al che il ministro dell’Interno ha risposto: «Proprio nulla. Siete voi che non vi rendete conto dell’umore della gente sull’immigrazione».    

Ma non è solo l’immigrazione a creare frizioni tra Lega e Cinque Stelle: di mezzo ci sono anche le trivelle nel Mar Ionio e la Tav Torino-Lione. E Di Maio è sempre più in difficoltà: da una parte i grillini, tendenzialmente ambientalisti, sono contro entrambe, mentre la Lega è nettamente a favore. E per ripagare il duo Conte-Di Maio per il loro strappo sugli sbarchi, Salvini ha spiazzato tutti annunciando a Porta a porta di voler indire un referendum sulla Tav. Costringendo Di Maio, in questo caso, a dover affrontare una campagna per il No che non vorrebbe assolutamente fare: infatti, da capo politico del M5S dovrebbe mostrarsi contrario, ma da ministro dello Sviluppo economico verrebbe incalzato dagli imprenditori del Nord, i quali gli stanno già presentando il conto dei miliardi che andrebbero in fumo qualora la Tav non venisse costruita.

Ma, in questa situazione, quanto è colpa di Di Maio e quanto, invece, può essere imputato a fattori esterni? Sicuramente Di Maio si trova a essere il capo politico di un movimento con mille teste e mille correnti, il che lo costringe a mediare in continuazione tra tutte le anime del M5S. In questo senso, il vicepremier pentastellato parte con un handicap oggettivo rispetto a Salvini che, dopo aver azzerato la concorrenza interna (ossia la vecchia guardia «padana» di Bossi e Maroni), può contare ora su un partito più coeso e compatto. Eppure Di Maio ha sin dall’inizio commesso alcuni errori tattici gravi. Durante le trattative per formare la maggioranza, pur arrivando con una percentuale quasi doppia rispetto alla Lega (32 contro 17%), è riuscito a farsi rubare la scena (e lo scettro) da Salvini. Il quale, peraltro, sui social lo ha praticamente annichilito. Ad ogni modo, per mantenere l’alleanza di governo con il leghista, Di Maio ha scontentato l’ala sinistrorsa del movimento, capitanata da Roberto Fico. Per ricompattare il movimento attorno alla sua leadership, Di Maio ha quindi forzato la mano sui 49 immigrati sbarcati a Malta. Mal gliene incolse, però, visto che la risposta dei social è stata impietosa. Tanto che ha dovuto dire a Conte: «Ti paragonano a Fico. Dicono che siamo come il Pd. Così sembriamo troppo di sinistra». Insomma, se Di Maio è veramente un politico di razza, è ora chiamato a reagire e a recuperare le posizioni perdute. Altrimenti, avanti il prossimo.

Valerio Benedetti

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