merkel germaniaRoma, 29 apr – Usa, Ttip, Russia, Turchia, Cina, euro: sfide centrali per il futuro dell’Europa, nelle quali l’attore principale, la Germania, è riuscito a mettersi in mostra. Negativamente. Nel recente vertice di Hannover si è rinsaldato l’asse (che aveva scricchiolato in passato) tra i tedeschi e gli americani, col conseguente raffreddamento del rapporto Mosca – Berlino. Il tutto per la gioia di Washington, che ha sempre considerato una priorità “allontanare” quei due paesi. La Merkel (membro di punta dell’Atlantik-Brücke) sembra quindi ben disposta a rinnovare le sanzioni alla Russia, incassando in cambio il via libera al gasdotto North Stream 2. Grande sconfitta l’Italia, che aveva chiesto inutilmente l’annullamento delle sanzioni (che ci sono già costate 3,6 miliardi di euro) e che ha dovuto subire l’affossamento del South Stream, dove l’Eni avrebbe recitato la parte del leone.

La sintonia Usa – Germania è totale anche nei confronti dell’ambigua figura di Erdogan. Come scrive Gian Micalessin, «la Cancelliera è oggi l’unica a sostenere le richieste di Ankara per la creazione di aree di sicurezza all’interno della Siria riservate all’accoglienza dei profughi. Quelle richieste, avanzate già da quattro anni da Ankara, sono in verità il cavallo di Troia che permetterebbe alla Turchia di intervenire sul territorio siriano e appoggiare i gruppi jihadisti suoi alleati», a tutto vantaggio della geopolitica del caos americana, cioè della «parte giusta della storia» come dice Obama. Non è finita. Le recenti mosse di Berlino verso la Cina rischiano di colpire ulteriormente l’economia italiana (e non solo). Sul piatto c’è il riconoscimento dello status di economia di mercato per Pechino, verso cui la Merkel (insieme all’Inghilterra) è possibilista. Come riporta Adriana Cerrettelli sul Sole 24Ore, «la Germania, il paese più influente, è bifronte nei confronti del convitato di pietra cinese, con cui intesse legami commerciali e industriali sempre più stretti che inevitabilmente condizionano le sue scelte europee». Si scherza col fuoco: per l’Italia il riconoscimento di cui sopra potrebbe essere esiziale, tanto che interi comparti produttivi sparirebbero secondo alcuni studi Ue. Insomma, le priorità politiche ed economiche della Merkel rischiano di soffocarci, in un Europa sempre più a trazione tedesca che arriva fino a interferire negli affari interni dei concorrenti, Roma in primis.

A questo proposito giova fare un passo nel 2011 e alle travagliate vicende che portarono alla caduta del governo Berlusconi, democraticamente eletto (per quanto possa valere). Tra la celebre lettera della Bce firmata Trichet, Draghi che ammoniva severamente l’Italia e un’orchestra mediatica che condannava il premier donnaiolo e i vizi del nostro paese, si inserirono proprio diverse azioni di matrice tedesca a imporre una sterzata agli avvenimenti. In primis la Deutsche Bank attuò una decisa svendita dei titoli di Stato italiani, seguita poi anche da altre banche teutoniche, passando dal detenere quote per un valore di 8, 01 miliardi (31 dicembre 2010) ad appena 997 milioni (30 giugno 2011). L’Italia fu ridotta a un fuscello al vento dei mercati finanziari. Prima dell’euro, quando c’era la lira e soprattutto una sovranità monetaria, il nostro paese si sarebbe difeso ordinando alla Banca d’Italia di fare acquisti massicci di titoli nazionali. Ora invece, bisognava aspettare il disco verde della Bce e della Merkel, che arrivò solo quando il governo era cambiato e il paese ridotto in ginocchio. In quel periodo, non si fece altro che parlare di spread (parola poi scomparsa dai mass – media per lunghissimo tempo) e degli enormi difetti strutturali dell’Italia, tacendo tutto quello che avvenne nelle stanze del potere.

Altra vicenda decisiva, infatti, fu la telefonata della stessa Merkel a Napolitano nell’ottobre del 2011, che spianò la strada per l’investitura di Monti quale premier. Un avvenimento a dir poco “irrituale”: Berlusconi o Cameron non hanno mai telefonato al presidente della Repubblica federale tedesca, visto che in diplomazia i contatti dovrebbero avvenire fra omologhi. Siamo nello stesso periodo delle grasse risate del premier tedesco e di Sarkozy davanti alle telecamere quando venne pronunciato il nome Berlusconi. Beffardamente, il destino del nostro paese e la sua involuzione “tecnica” erano già stati decisi a seguito della trattativa tra Merkel e lo Stato, nella persona di Giorgio Napolitano. La notizia, riportata diverso tempo dopo dal Wall Street Journal, è stata in seguito confermata da protagonisti del mondo politico quali Lorenzo Bini Smaghi e Josè Luis Zapatero e giornalisti quali Vittorio Feltri e Gennaro Sangiuliano.

L’adozione dell’euro è stata il passaggio fondamentale per la costruzione di questa egemonia, come ha più volte sottolineato Alberto Bagnai: un grande volano per l’economia tedesca, tanto da garantirgli un surplus delle partite correnti, un eccesso di esportazioni così importante da violare i trattati istitutivi dell’euro. Lo storico dell’economia Giuseppe Di Taranto ricorda che è stato dimostrato che, se non fosse stato introdotto l’euro, il marco si sarebbe rivalutato di oltre il 40 per cento, una situazione insostenibile per l’export tedesco. Il tutto realizzato a scapito di altri paesi e in particolar modo nel nostro, che si è visto sottrarre larghe fasce di mercato (pensiamo all’Est Europa) in settori quali quello manifatturiero e automobilistico. La camicia di forza dei parametri europei, su cui tanto insiste la Merkel, ha aggravato questi squilibri. E’ la “svalutazione competitiva” che l’euro consente di operare alla Germania nei confronti dei paesi del cosiddetto Sud Europa il grande problema della moneta unica. Bisogna quindi ripartire da qui per tentare di risolvere i problemi dell’attuale crisi europea. Senza negare i meriti della Germania, è vitale tutelare le proprie eccellenze per frenare una voracità che rischia di portare a fondo l’Ue, e far sì che l’«interesse nazionale» italiano sbandierato da Renzi diventi concreto. E’ necessario ripensare le basi ideali e economiche di questa unione dominata da Berlino, che mostra ogni giorno di più i suoi squilibri. Perché, come ammonisce Marco Fortis, «ciò che ha reso davvero ricca e creditrice la Germania verso l’estero, mettendola nella condizione di dettare oggi legge in Europa, è stato l’euro, non le riforme e tantomeno la crescita del pil».

Francesco Carlesi

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