Roma, 5 set – Il concetto di «bravo politico» è tutt’altro che facile da definire. Ci sono troppi fattori che entrano in gioco e che, spesso, possono essere in contraddizione: competenza, coerenza, onestà, scaltrezza, furbizia, comunicazione e via dicendo. Per capirci meglio, prendiamo Giuseppe Conte e Matteo Salvini. Entrambi sono «bravi politici», ma da due prospettive totalmente opposte. Il leader della Lega si è dimostrato un eccellente catalizzatore di consensi. Conte al contrario, contro ogni pronostico, si è rivelato abilissimo nelle manovre da dietro le quinte. Ma, dato che piazze e Palazzo non sono la stessa cosa, anzi sono proprio due campi da gioco diversi, è stato proprio l’«avvocato del popolo» (adesso garante delle élite) a vincere, per ora, la partita decisiva.

La strategia di Conte

Salvini – è un fatto – è il grande sconfitto di questa crisi di governo. È giusto non sopravvalutare troppo i suoi errori, ma il risultato è questo: a lungo ricoperto da un’aura di infallibilità, il segretario leghista si è riscoperto un «pivello» nei confronti dell’outsider Conte. A lungo dileggiato come il «notaio» ostaggio dei suoi due vicepremier, il presidente del Consiglio ha costruito – per mesi e nell’ombra – i presupposti per vincere. E, alla fine, ha fatto fessi tutti. Mentre Salvini scaldava le piazze e faceva impennare la Lega nei sondaggi, Conte ha intessuto una fitta rete di rapporti e alleanze con i «poteri forti»: Unione europea, Angela Merkel, lo stesso Donald Trump, che ha espresso apprezzamento per «Giuseppi» invece che per il Salvini travolto da «Moscopoli» (che, per quanto inconsistente a livello giudiziario, sul piano diplomatico qualche problema alla Lega l’ha creato). E così il «brutto anatroccolo» Conte si è tramutato nel «cigno nero» capace di incassare l’appoggio pesante delle élite globaliste.

Conte e Trump lo scorso 25 agosto al G7

La metamorfosi di «Giuseppi»


Sostenuto da Mattarella, con cui ha instaurato un proficuo rapporto politico, da Prodi – che proprio a Conte telefonò dopo lo strappo di Salvini – e dalle altre cancellerie europee, l’attuale premier si è tolto di mezzo, in un colpo solo, sia il leader della Lega che Luigi Di Maio. Anche «Giggino», infatti, da questa crisi esce fortemente ridimensionato. Non a caso, il neoministro degli Esteri non è mai stato convinto della formazione del governo giallofucsia. Anche la stampa mainstream, di fronte a cotante credenziali, ha sposato il nuovo corso: da complice dei «populisti sporchi e cattivi», ora Conte è stato santificato a rete unificate per la sua «sobrietà» (remember «il loden di Monti») e il suo «buonsenso europeista».

Conte insieme a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea

E allora?

A questo punto, è totalmente inutile indignarsi per le giravolte di «Giuseppi», passato in un paio di mesi da populista a mondialista. Il caso Conte serva piuttosto di lezione a Salvini e alla composita galassia sovranista: le piazze vanno benissimo, ma il potere si esercita altrove. Meno Papeete, più strategia. Meno sondaggi, più nomine. Meno like, più commissioni. Se non si vuol passare l’inverno a piangere, beninteso.

Valerio Benedetti

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2 Commenti

  1. Salvini poteva semplicemente dissociarsi da Savoini, ha invece detto “non so chi sia”, prendendo in giro milioni di persone e rivelandosi – a seconda delle angolazioni – intellettualmente poco onesto o semplicemente inetto sul piano politico.

    • Condivido al 100%, mi dispiace scriverlo ma è rimasto un vero buffone, come ai tempi della finta secessione… Ha fatto tutto da solo, senza alcun motivo in quanto solo pochi giorni prima aveva annunciato che il governo sarebbe arrivato a fine legislatura senza alcun problema.

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