Roma, 31 ago – Alla fine, la mossa di Salvini di far cadere il governo si è rivelata controproducente. Alla fine. Già, perché non si aspettava proprio che M5S e Pd avrebbero infine trovato il coraggio di governare fianco a fianco. D’altronde, il M5S aveva fatto opposizione durissima (e con toni alle volte decisamente violenti) al Pd durante i governi Letta-Renzi-Gentiloni e i dem hanno con generosità ricambiato nel corso della breve stagione di governo gialloverde.

Il governo giallofucsia è già stato bocciato dagli elettori

Evidentemente, in una repubblica parlamentare ogni accordo è possibile, se in presenza di una maggioranza nelle due Camere, ma non tutti i governi sono politicamente accettabili. Quello giallofucsia, in particolare, non lo è per varie ragioni.


Anzitutto per ragioni di consenso. Si dirà – come si è già detto – che il Pd aveva raccolto più voti della Lega alle ultime elezioni politiche. Tuttavia, proprio perché la nostra è una repubblica parlamentare, è da notare che i gruppi parlamentari della Lega sono più numerosi di quelli del Partito democratico, per effetto della efficacissima legge elettorale che ancora nessuno ha pensato di cambiare.

Sempre in riferimento al voto del 4 marzo 2018, che il Pd fosse stato bocciato dagli italiani era evidente, così come appariva chiara la schiacciante – ma non decisiva – vittoria del centrodestra a trazione leghista. Certo, l’alleanza tra Lega e M5S aveva comunque in qualche modo “tradito” il risultato elettorale, visto che erano rimasti fuori dal governo FI e FdI, senza i voti dei quali la Lega non avrebbe disposto di forze parlamentari superiori a quelle dei dem. Non si trattava poi di un’alleanza ‘naturale’ e, di conseguenza, i compromessi da trovare sul programma di governo erano stati diversi. Le affinità tra i due partiti, comunque, non mancavano: vocazione euroscettica, contrasto all’immigrazione clandestina, riforma del sistema pensionistico, tutela dei risparmiatori, superamento degli stringenti vincoli di bilancio imposti dall’Europa, politiche a favore della famiglia e della natalità.

Pd-M5S: una forzatura innaturale

L’esperimento gialloverde risultava insomma forzato, ma tutto sommato rispettoso del mandato popolare, che aveva dato un indirizzo politico nel senso dei provvedimenti sopracitati. L’alleanza giallofucsia, invece, risulta assolutamente in controtendenza non solo col voto del 4 marzo 2018, ma anche con gli esiti di tutte le altre competizioni elettorali che si sono succedute da allora in avanti, che hanno visto avanzare inarrestabili il partito di Salvini e quello di Giorgia Meloni, mentre si è assistito alla débâcle del M5S e all’incapacità del PD di recuperare consensi. Con questa nuova alleanza, le forze maggioritarie nel Paese, vale a dire quelle di centrodestra, finiranno all’opposizione, mentre quelle che hanno o avrebbero perso consensi si ritroveranno clamorosamente in maggioranza. Grazie alla repubblica parlamentare e grazie al rosatellum.

In secondo luogo, l’accordo è arrivato al termine di un negoziato che ha avuto al centro unicamente la spartizione delle poltrone, senza un preventivo scioglimento dei nodi più intricati. Ad esempio, che posizioni avrà il governo Conte-bis su Ilva, Tav e grandi opere, Alitalia, reddito di cittadinanza, immigrazione e sicurezza, politica estera? Nessuno dei due contraenti ci ha ancora spiegato la linea unitaria del nascente governo su questi temi delicati e soprattutto divisivi per le due forze di maggioranza. E che fine hanno fatto le dure critiche del Pd sul principio per cui ‘uno vale uno’, sulla posizione no-vax, sul sogno della democrazia diretta e sulla piattaforma Rousseau, sul linguaggio e sulla campagna di comunicazione grillina, sulle fake news montate ad arte e diffuse da canali riconducibili al Movimento? Dall’altra parte, che fine hanno fatto le stilettate grilline su inquisiti e condannati nel Pd, sugli inciuci con Fi, sulla sudditanza ai diktat europei, sulle banche, sui poteri forti, sui costi della politica e così via?

C’è poi una terza ragione, che avrebbe dovuto ingenerare nei grillini (in misura minore, anche nei dem) un certo imbarazzo. Zingaretti era stato chiaro: il Pd era disponibile a un accordo col M5S purché nel segno della discontinuità. Dopo qualche ora hanno accettato Conte premier. Ma che discontinuità può esserci se alla guida del governo c’è il Presidente del Consiglio uscente?

Un accordicchio di palazzo

Il PD ha fatto un’opposizione senza sconti al governo gialloverde guidato da Conte: si è schierato contro il decreto dignità e lo ‘spazzacorrotti’, ha bocciato senza appello la manovra economica incentrata su reddito di cittadinanza e quota 100, ha contestato il provvedimento sulla legittima difesa, ha fatto opposizione durissima ai decreti sicurezza e non ha mai votato il taglio dei parlamentari. Giuseppe Conte non ha semplicemente avallato queste iniziative, ma le ha fatte proprie, intestandosele. E allora come può esserci discontinuità nell’azione di governo? Giuseppe Conte dovrebbe rinnegare sé stesso e il proprio operato. È vero che lo ha già fatto nel suo ultimo discorso al Senato, quando si è scagliato con astio e livore contro un azionista della maggioranza verso il quale non aveva mostrato alcuna insofferenza fino ad allora.

Conte ha allora provato a far la voce del leone, senza risultare credibile, perché piuttosto che affrontare una competizione elettorale, ha preferito un accordo di palazzo con il nemico di sempre, pur di restare attaccato alla poltrona. Ma dicevamo: non si sentiranno in imbarazzo i ministri pentastellati, o i loro parlamentari, quando il PD li obbligherà a ridiscutere ad esempio i decreti sicurezza, che pure avevano votato? Non si sentiranno in imbarazzo i parlamentari del PD, che presumibilmente dovranno digerire e votare il taglio dei parlamentari, che fino a questo momento non hanno mai votato? Basteranno le poltrone a far superare il disagio ai nostri eroi?

Giuseppe Scialabba

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