Roma, 22 giu – L’omosessualità è diventata una questione politica. La sessualità stessa lo è diventata. Nell’era del Grande Fratello e del “diritto alla privacy” è precisamente la sfera privata ad essere messa in piazza, mostrata e giudicata dal punto di vista morale e sociale. Da qui al “revenge porn” il passo è breve.

patria-potestasÈ la logica stessa della politica di oggi ad essere svuotata del ‘politico’ e a essere intrisa di spettacolarizzazione, gossip, futilità. Non si colgono i reali rapporti di potere e i movimenti silenziosi che condizionano le scelte di palazzo perché in fondo si è troppo intenti a curiosare i selfie dell’amico o i pettegolezzi su qualche sex symbol. Il sesso era l’ultima frontiera del privato e nel corso degli anni è stata ampiamente sfondata, brandita come potentissimo vessillo politico di moralizzazione ugualitaria.

Dicono che le parole “eterosessuale”, “omosessuale” ecc. sono termini vecchi, oscurantisti, segno di una mentalità reazionaria che non vuole cedere il passo al migliore dei mondi possibili. E allora si vogliono imporre i matrimoni alle coppie di ogni genere, si vuole forzare la pedagogia così da neutralizzare la fisicità dei bambini, si vuole invadere a scopi politici ogni ambito dell’esistenza, sin dalla culla. Se questo non è totalitarismo, è il caso di trovargli un sinonimo.

È lecito dubitare che il carrozzone del “gay pride” sia realmente rappresentativo delle persone omosessuali così come si può seriamente dubitare sull’opportunità di imporre la teoria del gender nelle scuole.

I molti manifestanti presenti a Roma non potranno ottenere alcunché se non daranno un senso fortemente politico alla propria manifestazione, se cioè non sapranno veicolare un messaggio forte, chiaro e politico su sessualità, corporeità e vita di coppia. Tutto ciò implica un ripensamento onesto e non moralistico dell’istituzione famigliare che sappia fornirne principi guida forti e distintivi. La famiglia e la sessualità sono alcuni dei pilastri della lotta politica attuale che, in ultimo, riguarda la questione demografica.

La “Manif pour tous” italiano è in grado di ripensare la famiglia e la sessualità fuori dalle gabbie morali delle parrocchie, trovando il modo di restituire a nuova vita un’istituzione che nei decenni è declinata e collassata principalmente per mancanza di padri?

Aborto, divorzio, femminicidio… sono alcuni “diritti” che si sono fatti largo grazie a una cultura ben precisa e una visione dell’uomo e del mondo che nel secondo dopoguerra ha avuto gioco facile. Di per sé nessuna di quelle cose è un problema, il problema decisivo è il come, è la cultura su cui si sono fondate e attraverso cui sono state inculcate nella testa delle persone. Una cultura matrigna, in cui il nemico da estirpare è l’uomo virile e il suo ruolo, che viene messo in netta inferiorità sia nella decisione dell’interruzione di gravidanza che, tendenzialmente, in fase di divorzio. La donna si è affrancata dalle catene della società patriarcale e può decidere sulla vita di coppia liberamente. A parti inverse, nulla è cambiato.

Ma si è aggiunto un tono cupo, decadente, in tutte queste marce per i diritti dei “gay”, in questa insistenza sui diritti delle donne: è il colore cupo della morte di un popolo per sterilità, assenza di vero amore genitoriale e incapacità di progettare il futuro. E la “colpa” non è degli omosessuali, la responsabilità della fine della famiglia quale perno fondante della comunità nazionale è da ritrovarsi nella maggioranza degli italiani eterosessuali che ha supinamente accettato un discorso culturale, politico e morale dominante (ma non maggioritario) e che ad esso si è adeguata pensando che un diritto qui e un’eccezione là non potevano certo nuocere. Passo passo il risveglio è stato agghiacciante.

Ebbene, tutti coloro che sono scesi in piazza il 20 giugno a Roma, si interroghino seriamente su quale sia l’educazione che impartiscono ai propri figli, quali i “valori” a cui non sono disposti a rinunciare. Poi si guardino alle spalle e riflettano su quali scelte e quali non-scelte li hanno condotti lì. Troveranno che la battaglia che hanno iniziato in piazza non può essere una allegra scampagnata senza conseguenze politiche. Se vogliono avere successo – ed è da augurarselo – tutti dovranno farsi carico di una decisione politica, di una mobilitazione che coinvolga insegnanti (magari attraverso l’obiezione di coscienza), rappresentanti dei genitori e famiglie stesse non soltanto nelle piazze.

Da un serio ripensamento del ruolo del padre e della famiglia eterosessuale ne hanno da guadagnare anche coloro che eterosessuali non sono, perché a loro volta sono probabilmente cresciuti in famiglie “tradizionali” evidentemente senza grosse costrizioni alla propria sessualità.

Francesco Boco

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