Savona, 16 ott – Bisogna ammetterlo. I lavori che gli italiani non vogliono più fare esistono davvero. Come i cortei antifascisti ad esempio. Se da tempo i centri sociali e l’estrema sinistra in genere riempiono le piazze solo grazie agli immigrati, questa volta a Savona abbiamo proprio la foto “plastica” della sostituzione etnica a cui l’antifascismo nostrano deve far fronte: dietro lo striscione “Savona antifascista” ci sono solo immigrati africani. Tanto che l’impatto visivo ricorda molto una delle tante dimostrazioni viste nei centri di accoglienza, dove gli ospiti protestano per le condizioni inumane a cui sono sottoposti, come l’assenza di wifi o la pasta scotta.

E’ chiaro che la scelta di porre in testa gli immigrati africani, in un corteo “antirazzista” e “contro l’affermazione delle formazioni di estrema destra sul territorio”, è simbolica. Ma appunto i simboli sono importanti, e la scelta di farsi rappresentare dagli immigrati clandestini ben rappresenta quali sono i nuovi “proletari”, la nuova massa di manovra, di una estrema sinistra che da tempo non sa più parlare agli italiani, soprattutto quelli che abitano le nostre periferie. Se i simboli sono importanti lo sono ancora di più i numeri e, anche guardando i vari video pubblicati dagli antifascisti savonesi, la presenza di immigrati alla manifestazione sembra essere, se non maggioritaria, particolarmente consistente.

(STRALCIO DELLA MANIFESTAZIONE PUBBLICATO SU YOUTUBE)

Molto interessante il racconto che della manifestazione fa Roberto Nicolick su Ivg, in particolare questo passaggio: “Ho voluto assistere, oggi pomeriggio, un pochino defilato, al corteo antifascista(…) una copia carbone delle oramai obsolete e arcaiche, manifestazioni per il 25 aprile, tuttavia con una novità sostanziale, in testa al corteo, proprio dietro lo striscione iniziale era presente praticamente un Cie, un centro identificazione ed espulsione al completo, altri immigrati, spero regolari, erano sparsi davanti e sui lati, con in mano degli smartphone, per riprendere ed immortalare i loro colleghi”. Insomma gli slogan e i “riti” sono sempre gli stessi. Solo che mandare avanti la baracca ci pensa la “l’esercito di piazza di riserva”. Anche gli antifascisti non possono fare a meno della “manodopera a basso costo” fornita dall’immigrazione.

Davide Romano

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